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sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista
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La leggenda narra che San Rocco fosse un pellegrino francese che si aggirava nell’Italia settentrionale accompagnato sempre da un cane. Della sua vita si conosce poco, si sa solo che dedicò parte della sua vita alla cura dei malati di peste e che per questo motivo venne contagiato a sua volta dal terribile male. Guarito miracolosamente, l’iconografia religiosa lo mostra vestito da viandante mentre mostra un bubbone pestilenziale impresso sulla sua gamba.
A vederlo così lo si potrebbe facilmente scambiare per un pastore. Probabilmente questo è uno dei motivi per cui è tutt’ora molto popolare in Abruzzo, terra di pastori per eccellenza. Il 16 di agosto, giorno della sua festa, le campane della minuscola frazione di San Rocco adagiata sotto all’immensa parete nord del Camicia risuonano per tutta la Valle Siciliana.
Anche a Collecastino, frazione altrettanto minuscola dove ho casa, si festeggia San Rocco come patrono del luogo. La minuscola chiesetta del nostro paese è ovviamente dedicata a lui e il pomeriggio, dopo la messa, c’è sempre una pittoresca quanto suggestiva processione che passa fra le poche case del paese. Sacro e profano, dopo la messa e la processione ci raduniamo con gli altri paesani sotto al cielo stellato in compagnia di una grande porchetta e un po’ (le quantità sono assolutamente soggettive) di vino.
Considerate queste premesse, salire in vetta a Monte San Rocco per un montanaro come me costituiva quasi un obbligo da realizzare prima o poi nella mia vita. Non che io sia particolarmente religioso, anzi, ma chi vive in questo paese è comunque soggetto alle influenze della cultura che lo circonda. Eppoi erano anni che transitando sulla A24 mi chiedevo cosa facessero sempre quelle automobili isolate parcheggiate appena fuori dall’autostrada nei pressi della galleria di San Rocco.
La gita è stata a dir poco una rivelazione, è vero che c’è da fare un lungo tratto di strada sterrata e quando capita di trovarla già tracciata da numerosi escursionisti, come è successo a noi ieri, in discesa non è proprio il massimo per le ginocchia. Ma dalla fonte del Puzzillo in su la gita è veramente stupenda. Il tracciato nella faggeta del bosco del cerasolo è qualcosa di unico. Mai visto un bosco così adatto a esser percorso con gli sci. Gli alberi sono a distanza ideale per poter tracciare curve e serpentine a piacimento senza rischiare di finire spiaccicati contro un tronco, il sottobosco è praticamente inesistente (almeno noi non abbiamo mai grattato su nulla) e la neve vi si mantiene bella, leggera e farinosa anche ad oltre una settimana dall’ultima nevicata.
In alto un furioso vento a raffiche non ha permesso a me e Patrick di raggiungere la vetta principale della montagna dedicata al Santo, inconvenienti dovuti all’aria umida in transito sulla costa adriatica che sulla cresta spartiacque della penisola ha creato una classica situazione da Föhn. Ma pagherei per averlo sempre un vento simile, mi farei scaraventare a terra continuamente pur di poter poi godere di farina così leggera e soffice come quella che abbiamo avuto in discesa.