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sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista
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Erano diversi anni che avevo in mente di fare questa gita. Amo le gite con grande dislivello non solo perché mi mettono alla prova fisicamente e mentalmente, ma anche perché spesso ti permettono di osservare come la natura cambia aspetto man mano che si sale. Si passa in rassegna un po’ tutto, dai rigogliosi cespugli di rovi delle zone di fondovalle sulle rive dei ruscelli alle praterie di alta quota dove il vento non permette a nulla di crescere. Tre anni fa risalii a piedi in tarda primavera tutta la Val Rendinara fino ad affacciarmi sulla cresta sommitale dalla vetta del Gendarme. Quella volta rimasi molto colpito dall’alta Valle dell’Aniene. Una valle tanto stretta e tortuosa quanto isolata e lontana dal mondo civilizzato delle autostrade e delle rotabili superveloci. Salendo da Subiaco o da Fiuggi la sensazione è sempre la stessa, superati i “turistici” panorami degli altipiani di Arcinazzo comincia un nuovo viaggio fatto di strade strette e tortuose sull’orlo di pendii ripidissimi fra estese quercete e pendii pietrosi. La vista che si gode dalla prima curva della strada che dagli altipiani scende dentro alla valle dell’Aniene con la grande parete strapiombante della Santissima Trinità sullo sfondo è unica e segna veramente un momento di passaggio.
I centri abitati di Trevi e Filettino mitigano solo in parte la sensazione di solitudine che aumenta man mano che si risalgono le tortuosissime curve della strada lungo la valle.
A Filettino ci sono circa 40 cm di neve, l’unico luogo dove si può pensare di posteggiare in maniera decente è il piazzale all’interno del paese, così cominciamo la gita camminando per un centinaio di metri fra le case del paese. Questo è un altro aspetto delle gite in montagna che amo particolarmente, partire fra gli odori delle cucine e il fumo dei camini è bellissimo. Lo sguardo perplesso degli anziani fa da contraltare alla curiosità dei ragazzi, stupiti del fatto che ci sia qualcuno che si inoltra sulla “montagna” anche in inverno. Superato il campo sportivo prendiamo una carrareccia sulla destra, nonostante la neve che copre tutto non c’è possibilità di sbagliarsi. Un cartello con una freccia recante la scritta “Monte Viglio” troneggia sul bordo della strada.
La carrareccia compie un ampio semicerchio in piano verso destra fra muretti in pietra dirigendosi verso l’evidente montarozzo di Colle Albaneti, riconoscibilissimo per la presenza di alcune antenne sulla sua sommità. Si risale il pendio lasciando le antenne sulla destra e proseguendo sulla breve ed ampia cresta che unisce Colle Albaneti ai pendii occidentali del Viglio. Ora fra radi alberi si compie una risalita a mezzacosta verso destra, il tracciato è a prova di vero inverno con abbondanti segni in alto sui tronchi dei faggi e addirittura qualche cartello di latta recante la scritta Monte Viglio. Dopo una bella radura il tracciato rientra nel bosco e comincia a farsi via via più ripido.
La neve fresca è veramente tanta e ci fa faticare parecchio. Manuel ed io facciamo i cavalieri e ci alterniamo nel battere traccia davanti a Kri. Ha ragione Maurizio nel suo commento quando dice che ci sono troppe poche donne sulle nostre montagne e quelle poche bisogna tenersele strette. Quando sono davanti mi entusiasmo nell’osservare le punte dei miei sci che spariscono sotto alla neve vergine, ma questa idilliaca visione sparirà una volta usciti dal bosco. I pendii sommitali sono sempre più scoperti, segno che il vento quassù ha urlato parecchio nei giorni scorsi. Anche oggi quando arriviamo sulla cresta sommitale ci accoglie coi suoi rimbrotti. Dalla pianura arrivano di gran carriera diverse nuvole basse, tipica manifestazione di calore a bassa quota.
Purtroppo appena sotto al cucuzzolo roccioso dell’anticima la neve improvvisamente finisce. Con gli sci non c’è verso di proseguire senza ridurre a brandelli le pelli di foca in salita e le solette in discesa. La nebbia che va e viene ed il vento gelido ci fanno optare per una veloce discesa a quote dove ci sia meno corrente.
Le prime curve sono circospette, cerchiamo di evitare i sassi che affiorano qua e là, ma più ci avviciniamo ai primi alberi, più la farina su cui scorrono i nostri assi ci entusiasma. Anche nel bosco, nonostante gli alberi (mai troppo fitti in verità) siamo estasiati da tanta abbondanza dopo mesi di magra. Ci fermiamo a mangiare nella radura attraversata all’andata, sotto un sole a dir poco cocente.
Si parla di tutto, dagli amici, alle esperienze personali in montagna, da Dio alla religione. Catene di discorsi che si rincorrono anche in macchina mentre rientriamo a casa.
Al solito, quando arriviamo a Roma lo choc della lunga fila di auto sul GRA è peggio di un pugno nello stomaco, ma ne è valsa comunque la pena.