Scritti di varia natura di un abruzzese romano

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Utente: bummi
sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista

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mercoledì, 19 dicembre 2007
Francesco De Marchi e l’avvento dell’alpinismo nel centro Italia

L’8 agosto del 1786, giorno della prima ascensione del Monte Bianco da parte di Balmat e Paccard, viene convenzionalmente considerato il giorno in cui nacque l’alpinismo. Sull’Appennino una simile data potrebbe coincidere con quella della prima ascensione del Gran Sasso avvenuta il 19 agosto 1573, quindi più di due secoli prima.
Ovviamente le difficoltà ed il genere di ascensione non sono comparabili, oltretutto pare che la vetta fosse già stata salita prima da alcuni cacciatori di “camoccie”, come venivano chiamati i camosci all’epoca, che erano già abituati a spingersi molto in alto sulla montagna. Tuttavia, non esistendo alcuna documentazione scritta di queste ascensioni, quella del 19 agosto 1573 viene considerata la prima ufficiale. A compierla è un uomo originario di Bologna e militare in carriera. Si chiama Francesco de Marchi e l’ascensione del Gran Sasso, avvenuta quando era già in là con gli anni, rappresentò in realtà un episodio marginale della sua intensa vita.
De Marchi nasce a Bologna nel 1504, da umili genitori originari di Crema. Divenuto militare di carriera, la sua vita fu segnata dalle continue dispute tra Leone X e Clemente VII. Sembra che proprio la militanza al seguito degli imperiali lo abbia condotto a partecipare alla battaglia di Pavia del 1525 e alla presa di Firenze nel 1529.
I suoi studi di ingegneria militare all’epoca erano tenuti in grande considerazione ed evidenziavano una notevole capacità di ricerca e di inventiva. A Roma, nel museo del Genio, è conservata una tavola autografa del De Marchi raffigurante un sistema di attacco che aveva ideato e che è convenzionalmente conosciuto come sistema Vauban.
Ma la vera svolta nella sua vita si ebbe nel 1533 quando prese servizio presso Alessandro de’ Medici, nuovo duca di Firenze. In questo periodo, comincia a frequentare Roma dove soggiorna per ben 16 anni “Ho abitato in Roma senza pentirmene mai, sempre cercai di vedere anticaglie, ogni giorno e ogni ora m’era mostrato cose nuove”.
Durante il soggiorno romano si rende protagonista di una grande operazione di ricerca. Si immerge varie volte con degli scafandri speciali da lui ideati per compiere un’operazione di ricognizione su alcune navi romane che si trovano sul fondo del lago di Nemi. Le sue relazioni ci raccontano due immersioni. Nella prima, gli inconvenienti anche fisici furono diversi (perdita di sangue dalle orecchie, ecc.), mentre durante la seconda, oltre a misurare le navi, riuscì a portare a termine diversi esperimenti sulla visibilità sott’acqua e la propagazione del suono.
Pochi mesi dopo, De Marchi assiste a Napoli alle nozze fra Alessandro de’ Medici e Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V. Questo episodio fu determinante per il De Marchi esploratore delle montagne abruzzesi. La sua vita, infatti, d’ora in avanti seguirà costantemente le vicende di Margherita, la quale, rimasta vedova all’età di sedici anni, sposò in seconde nozze Ottavio Farnese nipote di Paolo III, futuro duca di Parma e Piacenza. Margherita dopo un periodo in cui fu governatrice delle Fiandre si ritira nei suoi possedimenti in terra d’Abruzzo. In questo periodo De Marchi si muove fra Palazzo Madama a Roma, Napoli e l’Abruzzo appunto. A Roma entra a far parte della cerchia scientifica e artistica e collabora, fra le altre cose, alla progettazione della struttura viaria della capitale. Diviene membro della Congregazione dei virtuosi del Pantheon e si reca sempre più spesso in Abruzzo, dove compie diverse esplorazioni. Le sue relazioni di questo periodo ci parlano di varie montagne fra le quali il Monte Terminillo e i Monti Sibillini attorno ai quali all’epoca aleggiava un’atmosfera di leggenda e superstizione. Redigendo la cartografia della regione attorno alla Valle del Salto De Marchi dedica i monti che vi si affacciano a Margherita d’Austria. Le montagne ad occidente del Velino e che comprendono le vette del Morrone e del Murolungo sono ancora oggi conosciute come Montagne della Duchessa.
Durante un sopralluogo vede per la prima volta il massiccio del Gran Sasso, verso il quale subisce immediatamente una forte attrazione. Le sue parole sono inequivocabili: “Un monte che si dice Corno nel quale monte vi è un’aria così sottilissima, e così vi è freddo, così m’hanno contato molti homini del Paese che vi sono stati sopra, e io alle radici de esso sono stato più volte del che considerai il sito al meglio ch’io puoti”.
Dalle parole di de Marchi aprendiamo così, oltre al suo desisderio di salire in vetta, che la vetta principale degli Appennini era conosciuta e frequentata dalle popolazioni locali. Il bolognese deve però attendere ancora diversi anni prima di poter coronare il suo sogno di salire sulla vetta più elevata della penisola. Nel 1551 è commissario di guerra e artiglieria, impegnato a difendere Parma dagli attacchi della Chiesa e nel 1556 segue Margherita d’Austria in Belgio ed in Inghilterra, dove le sue opere di ingegneria militare sono molto apprezzate. Nel 1558 dirige i lavori al palazzo ducale di Piacenza e nel 1559 si trasferisce nelle Fiandre al seguito di Margherita che ne assume il governo per otto anni.
Nel 1568 i due rientrano in Italia per riposare nei quieti domini abruzzesi e De Marchi si ricorda immediatamente della sfida lanciatagli dal Gran Sasso: “Il detto Monte erano trenta du’anni che io desiderava di montarvi sopra”.
Il suo sogno però deve essere rinviato ancora una volta, in quanto in questi anni soggiorna tra Leonessa e Città Ducale, in quel periodo una distanza ancora siderale dalla base della montagna. Poi nel 1572 avviene il trasferimento a L’Aquila, in quello che ancora oggi localmente viene chiamato il “Palazzo della Regina Margarita”.
De Marchi ha quasi sessant’anni, ma la sua indole esplorativa e la sua sete di conoscenza mantengono ancora giovane la sua indole. Nell’agosto del 1573 con Cesare Schiafinato di Milano e Diomede dell’Aquila si recano al “castello di Sercio” (l’odierna Assergi) con l’intenzione d salire sulla montagna. Inizialmente non trovano nessuno disposto ad accompagnarli, poi, dopo aver sentito che alcuni cacciatori di “camoccie” erano stati sulla montagna arruolano uno di essi, Francesco Di Domenico, come guida assieme ad altri due uomini del posto come portatori. “L’arruolamento” non è semplice ma i tre “a preghi e premi vennero”.
La sua relazione della salita, interessante e molto godibile, rappresenta il primo autentico esempio di relazione alpinistica relativa all’Appennino, e andrebbe letta almeno una volta da chiunque si sia avventurato sulle nostre montagne. La casa editrice Andromeda di Colledara l’ha pubblicata recentemente in versione integrale. “Hora descriverò e dissegnerò un Monte che è detto Corno, il quale è il più alto che sia in Italia et è posto nella Provincia d’Abbruzzo. Questo Monte è situato in una grande altezza. Era trenta du’anni che io desiderava di montarci sopra per levar le dispute dell’altezze di altri Monti”
De Marchi ha sessantanove anni e sembra coronare il sogno di una vita: “quand’io fui sopra la sommità, pareva che io fossi in aria... così pigliai un Corno e cominciai a suonare, dove si vedde uscire fuori delle vene di questo Monte assai uccelli, cioè aquila, falconi, sparvieri, gavinelli e corvi. Quali tutti volavano intorno al sasso e mostravano quasi meravigliarsi di sentir sonare alla cima di questo Monte”
La relazione, oltre a contenere varie notizie relative all’ascensione, ci apre un interessante spaccato sul modo di vivere in montagna in Abruzzo a quell’epoca. Ne esce una montagna probabilmente molto più frequentata di oggi. Nonostante l’abbigliamento e le vie di comunicazione non paragonabili con oggi, a quei tempi era forse più facile incontrare qualcuno lungo la Val Maone d’inverno, come testimoniano le avventure dei mercanti di carfagni che attraversavano la parte più elevata e selvaggia del massiccio per recarsi continuamente da Pietracamela ad Assergi. I pretaroli erano quasi tutti commercianti di lane e una volta giunti alla Portella gettavano giù le grandi balle verso Assergi su un pendio che d’inverno può essere anche molto pericoloso a causa delle valanghe che lo battono.
Oggi un recente rimboschimento di abeti (piante non certo autoctone dela zona) nella parte bassa del Vallone della Portella ha mitigato parecchio le conseguenze delle valanghe in questa zona, ma a volte è bello risalire questo itinerario da Assergi e immaginare come dovesse essere un tempo la salita al Corno Grande dalla valle dell’Aterno. Sensazioni e panorami molto diversi rispetto all’altro versante del massiccio, ma questa è un’altra storia.

Postato da: bummi a 13:35 | link | commenti (6)
cultura, storia, abruzzo, appennino, gran sasso

giovedì, 22 novembre 2007
Ma quanto è grande l’Abruzzo?

La domanda me l’ha rivolta l’amico Maurizio quando mi ha girato questo bel video girato sul Monte San Nicola. Una domanda che chi come lui frequenta da anni con grande curiosità la nostra regione inevitabilmente si finisce per porre.

Sono smaccatamente di parte, l’Abruzzo è la mia terra e sono portato ad esaltarla probabilmente anche più di quello che merita, ma secondo me è la regione più grande d’Italia. Lo dico ovviamente non da un punto di vista territoriale, ci sono tante regioni molto più vaste. E’ grande per l’enorme patrimonio di diversità culturale che racchiude dentro di sé. Se esaminiamo il succedersi di valli separate da catene montuose anche molto elevate comprendiamo che siamo dinnanzi ad un territorio che proprio a causa della sua particolare conformazione fino a pochi decenni fa era caratterizzato da una serie di micro-società, tante enclave culturali, diversissime fra loro per lingua, abitudini e tradizioni.

Ricordo bene da ragazzo quanto fosse difficile comprendere quello che dicessero gli abitanti di Cerchiara. A noi colledaresi sembrava che più che parlare grugnissero e probabilmente lo stesso pensavano loro di noi. Ci dividevano solo 10 chilometri, oggi il tempo di sentire una canzone con l’autoradio, ma 30 anni fa una distanza abissale.

Grazie Maurizio.

Postato da: bummi a 09:46 | link | commenti (1)
cultura, abruzzo, appennino, scialpinismo

mercoledì, 17 ottobre 2007
La vendetta di questa terra alla “chiantishirizzazione”!

Il titolo di questo post non è altro che il breve testo che stamattina mi sono ritrovato nella cassetta della posta elettronica da parte della Sextantio di Santo Stefano di Sessanio, bellissimo paese che sorge sul versante aquilano del Gran Sasso.
Sabato, in occasione della consegna del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una interessante Conferenza:



UN MODELLO DI SVILUPPO PER I BORGHI STORICI MINORI SOGGETTI ALLO SPOPOLAMENTO: LE SINERGIE PUBBLICO\PRIVATO

 

Il 20 di ottobre, in occasione dell’assegnazione del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una Conferenza dedicata ad un nuovo modello di sviluppo del territorio per i borghi storici minori di montagna soggetti allo spopolamento: la tutela delle identità del territorio da esigenza culturale a premessa per lo sviluppo economico.

 

Sextantio realizza già da tempo - attraverso il recupero degli immobili di S. Stefano di Sessanio, Sassi di Matera ed in altri 8 borghi completamente spopolati – l’obiettivo di  conservare nella maniera più autentica possibile, parti d'Italia meno conosciute, senza stravolgerne gli usi, le tradizioni e le architetture.  Arredi,  botteghe dell'artigianato autoctono, tessuti, e antiche ricette di gastronomia sono recuperati dalla tradizione locale con la supervisione del Museo delle Genti di Abruzzo, dando vita alla rinascita\riattivazione a S. Stefano di Sessanio delle botteghe artigiane abbandonate nel tempo, dotandole delle strumentazioni autentiche e secolari,  disciplinandone le tecniche di produzione, le materie prime e i manufatti finali.

 

E’ di Nico Romito, considerato uno dei migliori giovani chef d'Italia, la consulenza per la gastronomia per la gestione del Ristorante della Sextantio, che verrà per l’occasione inaugurato. I piatti sono quelli della tradizione abruzzese, scaturiti, grazie all'ausilio di un antropologo, dai pranzi degli anziani del territorio, dai ricettari ricchi di memoria dai significati profondi, e preparati usando scrupolosamente i prodotti della terra d'Abruzzo. Ceci, lenticchie, formaggi, radici e profumi della campagna, servono a comporre manicaretti come la pappa di uovo, pomodoro e pecorino, o le crespelle con ricotta di pecora e pomodoro, o ancora, il pecorino gratinato al miele, ed il coniglio con patate in padella, fetta di guanciale, tutto aromatizzato al timo.

 

Il Comune di S. Stefano di Sessanio è da sempre sostenitore del progetto, consapevole nel tempo che ritrovare l’anima più profonda delle pietre e il genius più autentico di questi luoghi legati profondamente al destino delle popolazioni che hanno costruito e abitato questi spazi vivendo glorie e decadenza della civiltà pastorale  sia stato un investimento economico vincente per l’intero borgo.

Postato da: bummi a 09:13 | link | commenti (7)
cultura, abruzzo, appennino, gran sasso, vita di montagna

venerdì, 22 giugno 2007
Pastori abruzzesi a Kabul

Vedendo passare in TV le immagini dell’Afghanistan in guerra ho sempre sospettato che tra il paese asiatico e l’Abruzzo ci fosse una forte affinità. Quegli altipiani dell’Hindu Kush così brulli e carsici assomigliano tanto a certi pianori del nostro Appennino e le facce rugose degli afgani scolpite dal vento in fondo non sono molto diverse di chi da noi vive e lavora in montagna. Non da ultimo, anche l’Afghanistan è terra di pastori e anche lì si usa mangiare la carne di pecora infilzata in pezzi piccolissimi sugli spiedini, una replica in piena regola dei nostri arrosticini (o forse siamo noi a replicare i loro, questo non lo sapremo mai).

Tutto questo lo dico perché quando ho letto la notizia che mi ha segnalato l’amico Maurizio non mi sono stupito più di tanto.

Di cosa si tratta? Nunzio Marcelli (intraprendente allevatore di Anversa degli Abruzzi e ideatore del progetto “Adotta una Pecora”) si è recato in Afghanistan con alcuni suoi colleghi nell’ambito di un progetto di interscambio culturale al quale, parafrasando le operazioni belliche in atto nella regione, è stato dato il nome di “Enduring Cheese”. Durante il loro soggiorno hanno effettuato alcune dimostrazioni sull’antica tecnica abruzzese di produzione del formaggio, fondata sull’utilizzo di pochi e semplici elementi (caldaio, bastone e fuoco).

L’incontro pare sia stato molto ricco per entrambe le parti, a questo punto però mi chiedo: in che lingua hanno parlato?

Postato da: bummi a 09:40 | link | commenti (4)
cultura, pastori, vita di montagna