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sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista
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Il titolo è un po' brutto ma serve giusto a descrivere qualche immagine scattata in montagna fra il 30 dicembre ed il 3 gennaio.
Il penultimo giorno del 2007 siamo stati sul Pizzo di Camarda, giornata a dir poco afosa e neve fantastica.
La domanda me l’ha rivolta l’amico Maurizio quando mi ha girato questo bel video girato sul Monte San Nicola. Una domanda che chi come lui frequenta da anni con grande curiosità la nostra regione inevitabilmente si finisce per porre.
Sono smaccatamente di parte, l’Abruzzo è la mia terra e sono portato ad esaltarla probabilmente anche più di quello che merita, ma secondo me è la regione più grande d’Italia. Lo dico ovviamente non da un punto di vista territoriale, ci sono tante regioni molto più vaste. E’ grande per l’enorme patrimonio di diversità culturale che racchiude dentro di sé. Se esaminiamo il succedersi di valli separate da catene montuose anche molto elevate comprendiamo che siamo dinnanzi ad un territorio che proprio a causa della sua particolare conformazione fino a pochi decenni fa era caratterizzato da una serie di micro-società, tante enclave culturali, diversissime fra loro per lingua, abitudini e tradizioni.
Ricordo bene da ragazzo quanto fosse difficile comprendere quello che dicessero gli abitanti di Cerchiara. A noi colledaresi sembrava che più che parlare grugnissero e probabilmente lo stesso pensavano loro di noi. Ci dividevano solo 10 chilometri, oggi il tempo di sentire una canzone con l’autoradio, ma 30 anni fa una distanza abissale.
Grazie Maurizio.
Autunno andiamo è tempo di migrare, e noi scialpinauti della capitale navighiamo verso il mare Adriatico a ritemprare le solette dei nostri sci. E' metà novembre e la neve è caduta fin giù ad Aprati di Crognaleto a coprire le foglie ancora verdi che ammantano le chiome delle acacie, segno che finora anche qui il clima è stato abbastanza mite.
Come la prima spruzzata caduta ad ottobre anche questa seconda nevicata stagionale è arrivata un po’ a macchia di leopardo. Da Roma al Passo delle Capannelle la bianca coltre si nota solo in alta quota ma poi scendendo lungo la SS80 verso Montorio la situazione finalmente si inverte e lo spessore sale decisamente. Gli alberi bianchi piegati sulla carreggiata, il bestiame fermo in mezzo alla strada alla ricerca di un po’ di sale, la solitudine che si respira su questa antica arteria viaria mi riportano alla mia fanciullezza ed ai tanti viaggi avventurosi che ho vissuto.
All’appuntamento al bar/pizzeria delle sorelle ad Aprati siamo cinque uomini e due cani, in pratica sette amici. Rivedo Luca dopo tre settimane dalla nostra ultima scorribanda e Patrick e Andrea a distanza di oltre un anno. L’altro Andrea è una piacevole scoperta. La vita di città è una vera disgrazia per le relazioni interpersonali, lo dimostra il fatto che vedo più spesso Luca rispetto a molti altri amici di Roma e questo nonostante ora il mio amico gestore di rifugio si sia trasferito in pianta stabile nel piacevole isolamento di Pietracamela.
Fatta un po’ di colazione ci dirigiamo verso Cesacastina, puntando le prue delle nostre assi verso la lunga e bella salita alle cime della Laghetta. La neve seppur poca la troviamo subito e riusciamo a calzare sci e pelli fin dalla macchina parcheggiata davanti agli ex uffici postali, oggi adibiti probabilmente a dimora del parroco (un "Don" sulla porta suona quasi inequivocabile).
Quant’è bello riappropiarsi del gesto del passo trascinato tipico della salita! La gita è una classica scialpinata come tante su questo versante del massiccio, una lunga e lenta immersione all’interno della solitudine selvaggia di queste montagne. Ci accompagna prima un magnifico bosco che si dipana in mezzo a molteplici fossi, poi, superati gli ultimi enormi faggi secolari ecco aprirsi le ampie radure della zona sommitale. Qui, arrivati poco sopra quota 2.000, man mano che ci approsimiamo alla cresta principale la coltre nevosa comincia inevitabilmente a diminuire. Come sempre nei pressi delle vette appenniniche Eolo si è divertito a giocare con la materia portata da Giove Pluvio creando sastrugi dalle forme bizzarre. Questi ultimi si riveleranno delle autentiche trappole mentre scivoliamo via in discesa fra i lenzuoli di nebbiolina non troppo fitta ma sufficiente ad aumentare un po’ la difficoltà di una discesa altrimenti fin troppo facile. In assenza di altri punti di riferimento visibili la nostra meta odierna è stata un cippo coperto di neve e ghiaccio. Una massa informe che potrebbe essere tutto ed il suo contrario, cippo trigonometrico, segnale di vetta, ometto di pietre o chissà cos’altro. Per noi scialpinauti oggi è una boa, ci giriamo attorno, leviamo le pelli, e via giù inghiottiti prima dalla nebbia e poi dai faggi. L’ultimo pezzo di discesa preferiamo affrontarlo compiendo un giro più largo per andare ad inforcare la strada che scende in paese dal campo sportivo, qui il fondo è meno ingombro di pietre e nonostante l’arenaria della zona sia decisamente più liscia del calcare le solette è meglio preservarle. La stagione è appena iniziata ed 850 metri di dislivello per la prima gita della stagione sono più che buoni.
Il titolo di questo post non è altro che il breve testo che stamattina mi sono ritrovato nella cassetta della posta elettronica da parte della Sextantio di Santo Stefano di Sessanio, bellissimo paese che sorge sul versante aquilano del Gran Sasso.
Sabato, in occasione della consegna del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una interessante Conferenza:
UN MODELLO DI SVILUPPO PER I BORGHI STORICI MINORI SOGGETTI ALLO SPOPOLAMENTO: LE SINERGIE PUBBLICO\PRIVATO
Il 20 di ottobre, in occasione dell’assegnazione del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una Conferenza dedicata ad un nuovo modello di sviluppo del territorio per i borghi storici minori di montagna soggetti allo spopolamento: la tutela delle identità del territorio da esigenza culturale a premessa per lo sviluppo economico.
Sextantio realizza già da tempo - attraverso il recupero degli immobili di S. Stefano di Sessanio, Sassi di Matera ed in altri 8 borghi completamente spopolati – l’obiettivo di conservare nella maniera più autentica possibile, parti d'Italia meno conosciute, senza stravolgerne gli usi, le tradizioni e le architetture. Arredi, botteghe dell'artigianato autoctono, tessuti, e antiche ricette di gastronomia sono recuperati dalla tradizione locale con la supervisione del Museo delle Genti di Abruzzo, dando vita alla rinascita\riattivazione a S. Stefano di Sessanio delle botteghe artigiane abbandonate nel tempo, dotandole delle strumentazioni autentiche e secolari, disciplinandone le tecniche di produzione, le materie prime e i manufatti finali.
E’ di Nico Romito, considerato uno dei migliori giovani chef d'Italia, la consulenza per la gastronomia per la gestione del Ristorante della Sextantio, che verrà per l’occasione inaugurato. I piatti sono quelli della tradizione abruzzese, scaturiti, grazie all'ausilio di un antropologo, dai pranzi degli anziani del territorio, dai ricettari ricchi di memoria dai significati profondi, e preparati usando scrupolosamente i prodotti della terra d'Abruzzo. Ceci, lenticchie, formaggi, radici e profumi della campagna, servono a comporre manicaretti come la pappa di uovo, pomodoro e pecorino, o le crespelle con ricotta di pecora e pomodoro, o ancora, il pecorino gratinato al miele, ed il coniglio con patate in padella, fetta di guanciale, tutto aromatizzato al timo.
Il Comune di S. Stefano di Sessanio è da sempre sostenitore del progetto, consapevole nel tempo che ritrovare l’anima più profonda delle pietre e il genius più autentico di questi luoghi legati profondamente al destino delle popolazioni che hanno costruito e abitato questi spazi vivendo glorie e decadenza della civiltà pastorale sia stato un investimento economico vincente per l’intero borgo.
L'ultimo video di Maurizio sul Gran Sasso ha un titolo inequivocabile: "Corno Grande, l'ultimo scialpinismo".
Che il grande sciappenninista, esploratore e cineasta abbia davvero deciso di terminare la stagione? Lo scopriremo solo col tempo, intanto godiamoci il suo ultimo bellissimo filmato.

In casa nostra credo non si sia mai entrata una bottiglia di olio comperato. E quando parlo di olio comprato non alludo a quello che si trova sugli scaffali del supermercato, nei miei primi anni di vita credo che non ne abbiamo mai acquistato nemmeno al frantoio. Questo avveniva ovviamente fino a quando io e mia sorella eravamo ragazzi e vivevamo a casa coi nostri genitori, poi la nascita dei nostri figli e la moltiplicazione delle bocche da sfamare ha determinato un aumento della domanda e adesso succede che a volte la produzione non sia in grado di soddisfare la domanda globale della famiglia.
Diciamo che per gran parte della mia vita io ho mangiato pietanze condite solo col nostro olio. Questa abitudine probabilmente non è stata un granchè per allenare il mio palato ai diversi sapori visto che ormai si è completamente assuefatto e non è in grado di apprezzare altri olii, anche quando sono di alta qualità. E’ un po’ come se avessi bevuto per tutta la vita un solo tipo di vino, anche il miglior Barolo mi sembra una mezza schifezza.
In compenso in casa nostra l’olio non è mai mancato, ce n’era sempre talmente tanto che Nonna Gran Sasso usava l’olio dei nostri olivi anche per friggere. Ricordo ancora nitidamente delle immense fritture di lattarini, i piccoli pesciolini che si trovano nei mercati di pesce sulla costa adriatica, immerse nell’olio di oliva in enormi padelle di ferro. Era il periodo in cui ad agosto affittavamo con tutta la famiglia una enorme casa sul lungomare di Roseto degli Abruzzi. Vacanze di altri tempi, quando certi soggiorni si chiamavano ancora villeggiatura, e si andava nelle seconde compiendo una mini transumanza, veri e propri traslochi. Fra le altre cose ci portavamo appresso una serie di taniche piene di olio di oliva.
A fine anni settanta arrivò improvvisamente una grande gelata, ricordo le fontanelle gelate e i contatori dell’acqua che saltavano. Molti dei nostri bellissimi olivi centenari capitolarono e la piccola vigna che cresceva fra gli alberi non ebbe scampo, insomma fu una vera catastrofe. Papà non si perse d’animo, salì in macchina con il fedele vicino di casa che ci cura le piante da quando non abbiamo più il contadino, e si diressero verso il mare. Sulle colline a ridosso della costa ci sono i migliori vivai della nostra regione, molti hanno una notevole quantità e varietà di piante. Papà cercava piante di leccino, che sono molto più robuste e reggono meglio il clima rigido delle nostre colline pedemontane. Trovate le piante se ne ritornò su al paese e le fece piantare. Per qualche anno fummo costretti a comperare un po’ di olio dai vicini di casa ma appena entrate a regime le piante nuove Nonna Gran Sasso riprese a stivare in cantina enormi bidoni di liquido denso e verdastro.
Papà in realtà aveva rimesso le piante non solo per avere l’olio ma per mantenere in vita il podere. La casa da quando non c’era più il contadino era ormai deserta, noi d’altronde vivevamo tutti insieme nella enorme casa in paese e lì non avevamo problemi di spazio. Al di fuori dell’oliveto il resto del terreno del podere veniva affittato, insomma a volte ci si chiedeva se non fosse il caso di vendere una proprietà che in fondo produceva molto poco.
“Tu fai come ti pare, ma io Collecastino non lo venderei”. Queste erano le parole che mia nonna pronunciava a mio padre ogni volta che parlavano del podere di Collecastino. Non che papà avesse intenzione di vendere, tutt’altro, ma nonna aveva bisogno di suggellare il legame di sangue con la sua terra davanti a suo figlio.
Oggi che nonna non c’è più da tanti anni, sono io che mi sento ripetere spesso quelle stesse parole da mio padre. Vivere a Roma, con un lavoro impegnativo da seguire quotidianamente, non lascia molto tempo a disposizione per occuparsi delle mille incombenze che richiede una casa in campagna. Però quella ormai è la mia casa, il luogo del ritorno alle radici.
Un anno fa quando ho cominciato a valutare le spese necessarie per mantenere la casa, con i suoi costi, ecc. l’unica soluzione plausibile mi è sembrata quella di aumentare la produzione di olio di oliva piantando un nuovo oliveto di 135 piante giovani giovani.
A parte lo scasso sul terreno fatto grazie ad un trattore il resto del lavoro è stato completamente realizzato con le mie braccia. Prima la squadratura col posizionamento dei paletti per segnare i posti, poi tre giorni interminabili di scavo sotto la pioggia per fare le buche, ed infine il grande giorno in cui sono arrivate le piante. Adesso i miei 135 ragazzi dimorano già da qualche mese nella loro nuova casa, sembra che si trovino bene, nonostante la poca acqua piovana crescono e le fronde sono rigogliose.
Fra 4-5 anni avremo un nuovo olio da assaggiare.
Uno dei primi ricordi che ho dei lunghi viaggi che facevo con la mia famiglia da Roma a Colledara è il lago di Canetra.
Alla fine degli anni sessanta la A 24 era ancora poco più che un cantiere, da Roma per andare nel teramano si percorreva la Salaria e Canetra è appunto un paesino situato sulla SS 4 fra Rieti ed Antrodoco. La mancanza di una grande arteria viaria rendeva ogni volta il viaggio una piccola avventura, soprattutto d’inverno. Non si era mai veramente sicuri che si sarebbe arrivati a destinazione, né si sapeva quanto sarebbe durato il tragitto. Gli imprevisti erano sempre dietro l’angolo, a volte bisognava tornare indietro per via della neve, oppure si incappava in un incidente e occorreva attendere anche ore prima che la carreggiata venisse riaperta. Le incognite maggiori riguardavano la SS. 80 del Passo delle Capannelle, oltre ai consueti problemi di viabilità succedeva anche che improvvisamente dietro ad una curva si materializzasse una mandria di bufali che d’inverno sfuggivano ai pascoli innevati per venire a leccare il sale depositato in mezzo alla carreggiata. Ovviamente i bufali non erano minimamente infastiditi dalla presenza delle automobili e bisognava aspettare che si decidessero a liberare la strada.
Erano anni in cui gli inverni erano ancora “inverni veri”, le perturbazioni balcaniche portavano quantità di neve tali da determinare la chiusura del passo anche per settimane intere. Questi periodi, quando capitavano mentre mi trovavo in paese, erano stupendi. Un anno ricordo che durante le festività natalizie scese talmente tanta neve che mi trovai costretto ad allungare le ferie per oltre dieci giorni. Vivevamo in una sorta di isolamento forzato, a volte andava via anche la luce, ci si scaldava col fuoco del camino e si andava a dormire col prete nel letto.
Amo Colledara, le sue colline ed il Gran Sasso che troneggia su di esse fin da quando ero bambino. La vita all’aria aperta, gli amici, le partite interminabili di pallone che cominciavano la mattina e terminavano al tramonto sono i ricordi più nitidi della mia infanzia nella valle Siciliana. A quei tempi il nostro paese era ancora un villaggio di case sparse, non aveva ancora assunto le caratteristiche di vero e proprio centro urbano come oggi. La mia famiglia viveva in una grande casa con un bel giardino alberato. In essa dimoravano i miei nonni, mia zia e le mie due cugine. Una di esse si era sposata e anche suo marito e il loro primo figlio vivevano sotto allo stesso tetto con tutti gli altri. A tavola eravamo sempre in tanti e c’era una bellissima atmosfera conviviale.
Mio nonno era un generale dell’esercito in pensione. Aveva fatto una notevole carriera militare che lo aveva portato a combattere in entrambe le guerre mondiali e si era congedato con la carica di generale di corpo d’armata. A dispetto della notevole esperienza bellica che aveva accumulato, era una delle persone più dolci che io abbia mai conosciuto. Quando arrivava la primavera e potevo scorrazzare in bicicletta per le stradine che si intersecavano nel giardino lui mi chiamava per parlarmi dei filari di uva che aveva sistemato attorno alla casa. Io lo chiamavo “Nonno uva”.
Mia nonna, invece, era una donna robusta e di notevole personalità, apparentemente severa in realtà si commuoveva facilmente, ogni volta che ripartivamo per Roma piangeva. Io da piccolo un giorno la associai alla mole dell’enorme paretone del Gran Sasso che si vede da ogni angolo del paese e da allora per me fu semplicemente “Nonna Gran Sasso”. Lei sorrideva compiaciuta di questo soprannome, d’altronde a casa il generale era decisamente lei. Non c’era menù a pranzo o a cena che non ottenesse la sua benedizione, comandava tutti a bacchetta anche dopo la frattura al femore di cui fu vittima a ottant’anni e che la tenne relegata su una sedia a rotelle per il resto della sua vita.
Erano gli anni in cui esisteva ancora la mezzadria e a Collecastino, dov’era situato il podere di Nonna Gran Sasso, viveva una famiglia di contadini. Della famiglia ricordo poco, anche perché a casa non si vedevano mai e non è che arrivasse granchè della produzione della fattoria. Nonna chiudeva spesso un occhio e diceva che d’altronde anche loro dovevano campare in qualche modo. Ricordo bene però com’era la casa e l’aia piena di animali di vario genere, pecore, maiali, polli, conigli... La fattoria si trovava, e si trova ancora oggi, in cima ad un colle, circondata da una serie di campi in discesa esposti a sud. La maggior parte del terreno agricolo del piccolo podere veniva coltivato col ciclo del grano. In mezzo ai campi c’erano dissemintai qua e là alcuni enormi alberi di fichi bianchi, la loro grandezza era tale da farli assomigliare a dei baobab. Producevano i frutti più buoni che io abbia mai mangiato. Accanto al terreno coltivato c’era una minuscola vigna composta da 4 o cinque filari di vite mentre accanto alla masseria trovava spazio un vecchio oliveto.
Da continuare…
Mia nonna proveniva da una famiglia benestante. In Abruzzo alla fine del milleottocento chi aveva la terra era benestante, gli altri poveri. Le gerarchie sociali erano molto chiare. Ricordo che quando ero piccolo ogni tanto le chiedevo: “nonna ma tu quando eri giovane eri davvero ricca?” Lei mi guardava sorridendo e rispondeva: “pensa, ero talmente ricca che a casa avevo la pietra dell’olio!”
Per i meno avvezzi a certe terminologie, la pietra dell’olio era una pietra dalla quale era stato cavato l’interno fino a formare una enorme vasca adibita alla conservazione dell’olio. Ovviamente un manufatto simile richiedeva parecchio tempo ed energia per essere realizzato ed erano pochi quelli che potevano permetterselo, va da sé che nelle comunità rurali di un tempo rappresentava un autentico status symbol, paragonabile alla fuoriserie o all’abito griffato di oggi. Chi aveva la pietra dell’olio era una personalità di rango, un vero signore che si distingueva dal volgo che spesso e volentieri l’olio di oliva non lo possedeva proprio.
La famiglia di mia nonna ovviamente produceva l’olio con i propri piantoni e possedeva vasti latifondi sparsi per la provincia di Teramo. Lei e sua sorella gemella erano le “signorine” di famiglia e come tali avevano il diritto/privilegio di portare a pascere i maiali. Ricordo che la prima volta che mi venne raccontata questa cosa rimasi alquanto interdetto: “ma come, le figlie dei ricchi proprietari terrieri si insudiciano stando tutto il gionro a zonzo con delle bestie grufolanti?” Ma evidentemente in un’epoca in cui mangiare la carne era vero un lusso, portare al pascolo potenziali salsicce e porchette era considerata un’attività riservata a pochi eletti.
Vicissitudini familiari di vario tipo portarono col tempo ad una alquanto veloce diminuzione delle proprietà terriere della famiglia, tanto che alla fine mia nonna si ritrovò improvvisamente ad essere proprietaria “solo” di una fattoria, o per meglio dire di una masseria, come si chiamano dalle nostre parti.
La masseria si trova poco fuori dal nostro paese, al limite delle case di una piccola frazione, Collecastino, divisa in due tronconi da un limite più o meno definito. Collecastino di qua è la porsione di paese che rimane più vicino al capoluogo, mentre Collecastino di là è la parte di case che scendono sui fianchi della collina verso il fosso del fiume Fiumetto.
Ci troviamo a due passi dal Gran Sasso, sulle colline della Valle Siciliana in un ambiente molto particolare. Qui a 400 metri di quota crescono gli olivi e si respira un’aria mediterranea, ma a pochi metri per gran parte dell’anno il terreno è coperto di neve. In dieci minuti di automobile si è in montagna ed in mezz’ora si può fare il bagno nell’adriatico.
Da continuare…