Scritti di varia natura di un abruzzese romano

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Utente: bummi
sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista

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lunedì, 07 gennaio 2008
Scialpinismo fra capodanno e la befana

Il titolo è un po' brutto ma serve giusto a descrivere qualche immagine scattata in montagna fra il 30 dicembre ed il 3 gennaio.
Il penultimo giorno del 2007 siamo stati sul Pizzo di Camarda, giornata a dir poco afosa e neve fantastica.










Il primo dell'anno invece eravamo sul Monte Ienca, itinerario che mi ha dato la gioia di condividere una gita di scialpinismo un caro amico del mio paese (da noi gli scialpinisti sono rari...).






Infine la ciliegina sulla torta, una gita che rimarrà impressa a lungo nella mia testa. Su Pizzo di Moscio abbiamo fatto una bella mini-traversata in un ambiente straordinario accompagnati da una giornata quasi epica col vento e le nuvole che toccavano le nostre teste.








Buon anno a tutti.

Postato da: bummi a 09:05 | link | commenti (4)
abruzzo, scialpinismo, gran sasso, monti della laga

domenica, 23 dicembre 2007
Monte San Franco

Piacevole e rapida gita prenatalizia. Finalmente la settimana scorsa la neve è finalmente arrivata un po’ dappertutto sul versante orientale dell’Appennino.
Stamattina, nonostante il cielo un po’ grigio e le nubi basse in arrivo da Ovest, apparivano ben innevati in lontananza soprattutto quei massicci che l’anno scorso hanno sofferto di una particolare penuria di neve. Monti della Laga e Sibillini sfoggiavano una bellissima livrea bianca.
Noi sul Monte San Franco abbiamo trovato neve in quantità discreta anche se in basso era ormai marcia a causa del notevole rialzo termico. In compenso queste temperature dovrebbero accelerare notevolmente il consolidamento del manto nevoso un po’ su tutte le esposizioni. Siamo saliti per la cresta di Pietra Liscia e scesi per il versante meridionale sfruttando la neve accumulata nell’incassato vallone di Fonte di Pratonisco.
Per il resto lascio la parola alle immagini.

Postato da: bummi a 22:43 | link | commenti (3)
abruzzo, scialpinismo, gran sasso

mercoledì, 19 dicembre 2007
Francesco De Marchi e l’avvento dell’alpinismo nel centro Italia

L’8 agosto del 1786, giorno della prima ascensione del Monte Bianco da parte di Balmat e Paccard, viene convenzionalmente considerato il giorno in cui nacque l’alpinismo. Sull’Appennino una simile data potrebbe coincidere con quella della prima ascensione del Gran Sasso avvenuta il 19 agosto 1573, quindi più di due secoli prima.
Ovviamente le difficoltà ed il genere di ascensione non sono comparabili, oltretutto pare che la vetta fosse già stata salita prima da alcuni cacciatori di “camoccie”, come venivano chiamati i camosci all’epoca, che erano già abituati a spingersi molto in alto sulla montagna. Tuttavia, non esistendo alcuna documentazione scritta di queste ascensioni, quella del 19 agosto 1573 viene considerata la prima ufficiale. A compierla è un uomo originario di Bologna e militare in carriera. Si chiama Francesco de Marchi e l’ascensione del Gran Sasso, avvenuta quando era già in là con gli anni, rappresentò in realtà un episodio marginale della sua intensa vita.
De Marchi nasce a Bologna nel 1504, da umili genitori originari di Crema. Divenuto militare di carriera, la sua vita fu segnata dalle continue dispute tra Leone X e Clemente VII. Sembra che proprio la militanza al seguito degli imperiali lo abbia condotto a partecipare alla battaglia di Pavia del 1525 e alla presa di Firenze nel 1529.
I suoi studi di ingegneria militare all’epoca erano tenuti in grande considerazione ed evidenziavano una notevole capacità di ricerca e di inventiva. A Roma, nel museo del Genio, è conservata una tavola autografa del De Marchi raffigurante un sistema di attacco che aveva ideato e che è convenzionalmente conosciuto come sistema Vauban.
Ma la vera svolta nella sua vita si ebbe nel 1533 quando prese servizio presso Alessandro de’ Medici, nuovo duca di Firenze. In questo periodo, comincia a frequentare Roma dove soggiorna per ben 16 anni “Ho abitato in Roma senza pentirmene mai, sempre cercai di vedere anticaglie, ogni giorno e ogni ora m’era mostrato cose nuove”.
Durante il soggiorno romano si rende protagonista di una grande operazione di ricerca. Si immerge varie volte con degli scafandri speciali da lui ideati per compiere un’operazione di ricognizione su alcune navi romane che si trovano sul fondo del lago di Nemi. Le sue relazioni ci raccontano due immersioni. Nella prima, gli inconvenienti anche fisici furono diversi (perdita di sangue dalle orecchie, ecc.), mentre durante la seconda, oltre a misurare le navi, riuscì a portare a termine diversi esperimenti sulla visibilità sott’acqua e la propagazione del suono.
Pochi mesi dopo, De Marchi assiste a Napoli alle nozze fra Alessandro de’ Medici e Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V. Questo episodio fu determinante per il De Marchi esploratore delle montagne abruzzesi. La sua vita, infatti, d’ora in avanti seguirà costantemente le vicende di Margherita, la quale, rimasta vedova all’età di sedici anni, sposò in seconde nozze Ottavio Farnese nipote di Paolo III, futuro duca di Parma e Piacenza. Margherita dopo un periodo in cui fu governatrice delle Fiandre si ritira nei suoi possedimenti in terra d’Abruzzo. In questo periodo De Marchi si muove fra Palazzo Madama a Roma, Napoli e l’Abruzzo appunto. A Roma entra a far parte della cerchia scientifica e artistica e collabora, fra le altre cose, alla progettazione della struttura viaria della capitale. Diviene membro della Congregazione dei virtuosi del Pantheon e si reca sempre più spesso in Abruzzo, dove compie diverse esplorazioni. Le sue relazioni di questo periodo ci parlano di varie montagne fra le quali il Monte Terminillo e i Monti Sibillini attorno ai quali all’epoca aleggiava un’atmosfera di leggenda e superstizione. Redigendo la cartografia della regione attorno alla Valle del Salto De Marchi dedica i monti che vi si affacciano a Margherita d’Austria. Le montagne ad occidente del Velino e che comprendono le vette del Morrone e del Murolungo sono ancora oggi conosciute come Montagne della Duchessa.
Durante un sopralluogo vede per la prima volta il massiccio del Gran Sasso, verso il quale subisce immediatamente una forte attrazione. Le sue parole sono inequivocabili: “Un monte che si dice Corno nel quale monte vi è un’aria così sottilissima, e così vi è freddo, così m’hanno contato molti homini del Paese che vi sono stati sopra, e io alle radici de esso sono stato più volte del che considerai il sito al meglio ch’io puoti”.
Dalle parole di de Marchi aprendiamo così, oltre al suo desisderio di salire in vetta, che la vetta principale degli Appennini era conosciuta e frequentata dalle popolazioni locali. Il bolognese deve però attendere ancora diversi anni prima di poter coronare il suo sogno di salire sulla vetta più elevata della penisola. Nel 1551 è commissario di guerra e artiglieria, impegnato a difendere Parma dagli attacchi della Chiesa e nel 1556 segue Margherita d’Austria in Belgio ed in Inghilterra, dove le sue opere di ingegneria militare sono molto apprezzate. Nel 1558 dirige i lavori al palazzo ducale di Piacenza e nel 1559 si trasferisce nelle Fiandre al seguito di Margherita che ne assume il governo per otto anni.
Nel 1568 i due rientrano in Italia per riposare nei quieti domini abruzzesi e De Marchi si ricorda immediatamente della sfida lanciatagli dal Gran Sasso: “Il detto Monte erano trenta du’anni che io desiderava di montarvi sopra”.
Il suo sogno però deve essere rinviato ancora una volta, in quanto in questi anni soggiorna tra Leonessa e Città Ducale, in quel periodo una distanza ancora siderale dalla base della montagna. Poi nel 1572 avviene il trasferimento a L’Aquila, in quello che ancora oggi localmente viene chiamato il “Palazzo della Regina Margarita”.
De Marchi ha quasi sessant’anni, ma la sua indole esplorativa e la sua sete di conoscenza mantengono ancora giovane la sua indole. Nell’agosto del 1573 con Cesare Schiafinato di Milano e Diomede dell’Aquila si recano al “castello di Sercio” (l’odierna Assergi) con l’intenzione d salire sulla montagna. Inizialmente non trovano nessuno disposto ad accompagnarli, poi, dopo aver sentito che alcuni cacciatori di “camoccie” erano stati sulla montagna arruolano uno di essi, Francesco Di Domenico, come guida assieme ad altri due uomini del posto come portatori. “L’arruolamento” non è semplice ma i tre “a preghi e premi vennero”.
La sua relazione della salita, interessante e molto godibile, rappresenta il primo autentico esempio di relazione alpinistica relativa all’Appennino, e andrebbe letta almeno una volta da chiunque si sia avventurato sulle nostre montagne. La casa editrice Andromeda di Colledara l’ha pubblicata recentemente in versione integrale. “Hora descriverò e dissegnerò un Monte che è detto Corno, il quale è il più alto che sia in Italia et è posto nella Provincia d’Abbruzzo. Questo Monte è situato in una grande altezza. Era trenta du’anni che io desiderava di montarci sopra per levar le dispute dell’altezze di altri Monti”
De Marchi ha sessantanove anni e sembra coronare il sogno di una vita: “quand’io fui sopra la sommità, pareva che io fossi in aria... così pigliai un Corno e cominciai a suonare, dove si vedde uscire fuori delle vene di questo Monte assai uccelli, cioè aquila, falconi, sparvieri, gavinelli e corvi. Quali tutti volavano intorno al sasso e mostravano quasi meravigliarsi di sentir sonare alla cima di questo Monte”
La relazione, oltre a contenere varie notizie relative all’ascensione, ci apre un interessante spaccato sul modo di vivere in montagna in Abruzzo a quell’epoca. Ne esce una montagna probabilmente molto più frequentata di oggi. Nonostante l’abbigliamento e le vie di comunicazione non paragonabili con oggi, a quei tempi era forse più facile incontrare qualcuno lungo la Val Maone d’inverno, come testimoniano le avventure dei mercanti di carfagni che attraversavano la parte più elevata e selvaggia del massiccio per recarsi continuamente da Pietracamela ad Assergi. I pretaroli erano quasi tutti commercianti di lane e una volta giunti alla Portella gettavano giù le grandi balle verso Assergi su un pendio che d’inverno può essere anche molto pericoloso a causa delle valanghe che lo battono.
Oggi un recente rimboschimento di abeti (piante non certo autoctone dela zona) nella parte bassa del Vallone della Portella ha mitigato parecchio le conseguenze delle valanghe in questa zona, ma a volte è bello risalire questo itinerario da Assergi e immaginare come dovesse essere un tempo la salita al Corno Grande dalla valle dell’Aterno. Sensazioni e panorami molto diversi rispetto all’altro versante del massiccio, ma questa è un’altra storia.

Postato da: bummi a 13:35 | link | commenti (6)
cultura, storia, abruzzo, appennino, gran sasso

giovedì, 22 novembre 2007
Ma quanto è grande l’Abruzzo?

La domanda me l’ha rivolta l’amico Maurizio quando mi ha girato questo bel video girato sul Monte San Nicola. Una domanda che chi come lui frequenta da anni con grande curiosità la nostra regione inevitabilmente si finisce per porre.

Sono smaccatamente di parte, l’Abruzzo è la mia terra e sono portato ad esaltarla probabilmente anche più di quello che merita, ma secondo me è la regione più grande d’Italia. Lo dico ovviamente non da un punto di vista territoriale, ci sono tante regioni molto più vaste. E’ grande per l’enorme patrimonio di diversità culturale che racchiude dentro di sé. Se esaminiamo il succedersi di valli separate da catene montuose anche molto elevate comprendiamo che siamo dinnanzi ad un territorio che proprio a causa della sua particolare conformazione fino a pochi decenni fa era caratterizzato da una serie di micro-società, tante enclave culturali, diversissime fra loro per lingua, abitudini e tradizioni.

Ricordo bene da ragazzo quanto fosse difficile comprendere quello che dicessero gli abitanti di Cerchiara. A noi colledaresi sembrava che più che parlare grugnissero e probabilmente lo stesso pensavano loro di noi. Ci dividevano solo 10 chilometri, oggi il tempo di sentire una canzone con l’autoradio, ma 30 anni fa una distanza abissale.

Grazie Maurizio.

Postato da: bummi a 09:46 | link | commenti (1)
cultura, abruzzo, appennino, scialpinismo

lunedì, 19 novembre 2007
Autunno sui Monti della Laghetta

Autunno andiamo è tempo di migrare, e noi scialpinauti della capitale navighiamo verso il mare Adriatico a ritemprare le solette dei nostri sci. E' metà novembre e la neve è caduta fin giù ad Aprati di Crognaleto a coprire le foglie ancora verdi che ammantano le chiome delle acacie, segno che finora anche qui il clima è stato abbastanza mite.

Come la prima spruzzata caduta ad ottobre anche questa seconda nevicata stagionale è arrivata un po’ a macchia di leopardo. Da Roma al Passo delle Capannelle la bianca coltre si nota solo in alta quota ma poi scendendo lungo la SS80 verso Montorio la situazione finalmente si inverte e lo spessore sale decisamente. Gli alberi bianchi piegati sulla carreggiata, il bestiame fermo in mezzo alla strada alla ricerca di un po’ di sale, la solitudine che si respira su questa antica arteria viaria mi riportano alla mia fanciullezza ed ai tanti viaggi avventurosi che ho vissuto.

All’appuntamento al bar/pizzeria delle sorelle ad Aprati siamo cinque uomini e due cani, in pratica sette amici. Rivedo Luca dopo tre settimane dalla nostra ultima scorribanda e Patrick e Andrea a distanza di oltre un anno. L’altro Andrea è una piacevole scoperta. La vita di città è una vera disgrazia per le relazioni interpersonali, lo dimostra il fatto che vedo più spesso Luca rispetto a molti altri amici di Roma e questo nonostante ora il mio amico gestore di rifugio si sia trasferito in pianta stabile nel piacevole isolamento di Pietracamela.

Fatta un po’ di colazione ci dirigiamo verso Cesacastina, puntando le prue delle nostre assi verso la lunga e bella salita alle cime della Laghetta. La neve seppur poca la troviamo subito e riusciamo a calzare sci e pelli fin dalla macchina parcheggiata davanti agli ex uffici postali, oggi adibiti probabilmente a dimora del parroco (un "Don" sulla porta suona quasi inequivocabile).

Quant’è bello riappropiarsi del gesto del passo trascinato tipico della salita! La gita è una classica scialpinata come tante su questo versante del massiccio, una lunga e lenta immersione all’interno della solitudine selvaggia di queste montagne. Ci accompagna prima un magnifico bosco che si dipana in mezzo a molteplici fossi, poi, superati gli ultimi enormi faggi secolari ecco aprirsi le ampie radure della zona sommitale. Qui, arrivati poco sopra quota 2.000, man mano che ci approsimiamo alla cresta principale la coltre nevosa comincia inevitabilmente a diminuire. Come sempre nei pressi delle vette appenniniche Eolo si è divertito a giocare con la materia portata da Giove Pluvio creando sastrugi dalle forme bizzarre. Questi ultimi si riveleranno delle autentiche trappole mentre scivoliamo via in discesa fra i lenzuoli di nebbiolina non troppo fitta ma sufficiente ad aumentare un po’ la difficoltà di una discesa altrimenti fin troppo facile. In assenza di altri punti di riferimento visibili la nostra meta odierna è stata un cippo coperto di neve e ghiaccio. Una massa informe che potrebbe essere tutto ed il suo contrario, cippo trigonometrico, segnale di vetta, ometto di pietre o chissà cos’altro. Per noi scialpinauti oggi è una boa, ci giriamo attorno, leviamo le pelli, e via giù inghiottiti prima dalla nebbia e poi dai faggi. L’ultimo pezzo di discesa preferiamo affrontarlo compiendo un giro più largo per andare ad inforcare la strada che scende in paese dal campo sportivo, qui il fondo è meno ingombro di pietre e nonostante l’arenaria della zona sia decisamente più liscia del calcare le solette è meglio preservarle. La stagione è appena iniziata ed 850 metri di dislivello per la prima gita della stagione sono più che buoni.

 

Postato da: bummi a 09:35 | link | commenti (5)
abruzzo, appennino, scialpinismo, monti della laga

mercoledì, 17 ottobre 2007
La vendetta di questa terra alla “chiantishirizzazione”!

Il titolo di questo post non è altro che il breve testo che stamattina mi sono ritrovato nella cassetta della posta elettronica da parte della Sextantio di Santo Stefano di Sessanio, bellissimo paese che sorge sul versante aquilano del Gran Sasso.
Sabato, in occasione della consegna del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una interessante Conferenza:



UN MODELLO DI SVILUPPO PER I BORGHI STORICI MINORI SOGGETTI ALLO SPOPOLAMENTO: LE SINERGIE PUBBLICO\PRIVATO

 

Il 20 di ottobre, in occasione dell’assegnazione del Premio della Commissione Europea ed Europa Nostra “Conservazione del patrimonio paesaggistico” al Comune di S. Stefano di Sessanio, Sextantio, in collaborazione con Italia Nostra, organizza una Conferenza dedicata ad un nuovo modello di sviluppo del territorio per i borghi storici minori di montagna soggetti allo spopolamento: la tutela delle identità del territorio da esigenza culturale a premessa per lo sviluppo economico.

 

Sextantio realizza già da tempo - attraverso il recupero degli immobili di S. Stefano di Sessanio, Sassi di Matera ed in altri 8 borghi completamente spopolati – l’obiettivo di  conservare nella maniera più autentica possibile, parti d'Italia meno conosciute, senza stravolgerne gli usi, le tradizioni e le architetture.  Arredi,  botteghe dell'artigianato autoctono, tessuti, e antiche ricette di gastronomia sono recuperati dalla tradizione locale con la supervisione del Museo delle Genti di Abruzzo, dando vita alla rinascita\riattivazione a S. Stefano di Sessanio delle botteghe artigiane abbandonate nel tempo, dotandole delle strumentazioni autentiche e secolari,  disciplinandone le tecniche di produzione, le materie prime e i manufatti finali.

 

E’ di Nico Romito, considerato uno dei migliori giovani chef d'Italia, la consulenza per la gastronomia per la gestione del Ristorante della Sextantio, che verrà per l’occasione inaugurato. I piatti sono quelli della tradizione abruzzese, scaturiti, grazie all'ausilio di un antropologo, dai pranzi degli anziani del territorio, dai ricettari ricchi di memoria dai significati profondi, e preparati usando scrupolosamente i prodotti della terra d'Abruzzo. Ceci, lenticchie, formaggi, radici e profumi della campagna, servono a comporre manicaretti come la pappa di uovo, pomodoro e pecorino, o le crespelle con ricotta di pecora e pomodoro, o ancora, il pecorino gratinato al miele, ed il coniglio con patate in padella, fetta di guanciale, tutto aromatizzato al timo.

 

Il Comune di S. Stefano di Sessanio è da sempre sostenitore del progetto, consapevole nel tempo che ritrovare l’anima più profonda delle pietre e il genius più autentico di questi luoghi legati profondamente al destino delle popolazioni che hanno costruito e abitato questi spazi vivendo glorie e decadenza della civiltà pastorale  sia stato un investimento economico vincente per l’intero borgo.

Postato da: bummi a 09:13 | link | commenti (7)
cultura, abruzzo, appennino, gran sasso, vita di montagna

lunedì, 21 maggio 2007
Fine dei giochi?

L'ultimo video di Maurizio sul Gran Sasso ha un titolo inequivocabile: "Corno Grande, l'ultimo scialpinismo".
Che il grande sciappenninista, esploratore e cineasta abbia davvero deciso di terminare la stagione? Lo scopriremo solo col tempo, intanto godiamoci il suo ultimo bellissimo filmato.

 


Postato da: bummi a 09:10 | link | commenti (1)
abruzzo, scialpinismo, gran sasso

mercoledì, 16 maggio 2007
Gli olivi di là 3


In casa nostra credo non si sia mai entrata una bottiglia di olio comperato. E quando parlo di olio comprato non alludo a quello che si trova sugli scaffali del supermercato, nei miei primi anni di vita credo che non ne abbiamo mai acquistato nemmeno al frantoio. Questo avveniva ovviamente fino a quando io e mia sorella eravamo ragazzi e vivevamo a casa coi nostri genitori, poi la nascita dei nostri figli e la moltiplicazione delle bocche da sfamare ha determinato un aumento della domanda e adesso succede che a volte la produzione non sia in grado di soddisfare la domanda globale della famiglia.

Diciamo che per gran parte della mia vita io ho mangiato pietanze condite solo col nostro olio. Questa abitudine probabilmente non è stata un granchè per allenare il mio palato ai diversi sapori visto che ormai si è completamente assuefatto e non è in grado di apprezzare altri olii, anche quando sono di alta qualità. E’ un po’ come se avessi bevuto per tutta la vita un solo tipo di vino, anche il miglior Barolo mi sembra una mezza schifezza.

In compenso in casa nostra l’olio non è mai mancato, ce n’era sempre talmente tanto che Nonna Gran Sasso usava l’olio dei nostri olivi anche per friggere. Ricordo ancora nitidamente delle immense fritture di lattarini, i piccoli pesciolini che si trovano nei mercati di pesce sulla costa adriatica, immerse nell’olio di oliva in enormi padelle di ferro. Era il periodo in cui ad agosto affittavamo con tutta la famiglia una enorme casa sul lungomare di Roseto degli Abruzzi. Vacanze di altri tempi, quando certi soggiorni si chiamavano ancora villeggiatura, e si andava nelle seconde compiendo una mini transumanza, veri e propri traslochi. Fra le altre cose ci portavamo appresso una serie di taniche piene di olio di oliva.

A fine anni settanta arrivò improvvisamente una grande gelata, ricordo le fontanelle gelate e i contatori dell’acqua che saltavano. Molti dei nostri bellissimi olivi centenari capitolarono e la piccola vigna che cresceva fra gli alberi non ebbe scampo, insomma fu una vera catastrofe. Papà non si perse d’animo, salì in macchina con il fedele vicino di casa che ci cura le piante da quando non abbiamo più il contadino, e si diressero verso il mare. Sulle colline a ridosso della costa ci sono i migliori vivai della nostra regione, molti hanno una notevole quantità e varietà di piante. Papà cercava piante di leccino, che sono molto più robuste e reggono meglio il clima rigido delle nostre colline pedemontane. Trovate le piante se ne ritornò su al paese e le fece piantare. Per qualche anno fummo costretti a comperare un po’ di olio dai vicini di casa ma appena entrate a regime le piante nuove Nonna Gran Sasso riprese a stivare in cantina enormi bidoni di liquido denso e verdastro.

Papà in realtà aveva rimesso le piante non solo per avere l’olio ma per mantenere in vita il podere. La casa da quando non c’era più il contadino era ormai deserta, noi d’altronde vivevamo tutti insieme nella enorme casa in paese e lì non avevamo problemi di spazio. Al di fuori dell’oliveto il resto del terreno del podere veniva affittato, insomma a volte ci si chiedeva se non fosse il caso di vendere una proprietà che in fondo produceva molto poco.

“Tu fai come ti pare, ma io Collecastino non lo venderei”. Queste erano le parole che mia nonna pronunciava a mio padre ogni volta che parlavano del podere di Collecastino. Non che papà avesse intenzione di vendere, tutt’altro, ma nonna aveva bisogno di suggellare il legame di sangue con la sua terra davanti a suo figlio.

Oggi che nonna non c’è più da tanti anni, sono io che mi sento ripetere spesso quelle stesse parole da mio padre. Vivere a Roma, con un lavoro impegnativo da seguire quotidianamente, non lascia molto tempo a disposizione per occuparsi delle mille incombenze che richiede una casa in campagna. Però quella ormai è la mia casa, il luogo del ritorno alle radici.


Un anno fa quando ho cominciato a valutare le spese necessarie per mantenere la casa, con i suoi costi, ecc. l’unica soluzione plausibile mi è sembrata quella di aumentare la produzione di olio di oliva piantando un nuovo oliveto di 135 piante giovani giovani.

A parte lo scasso sul terreno fatto grazie ad un trattore il resto del lavoro è stato completamente realizzato con le mie braccia. Prima la squadratura col posizionamento dei paletti per segnare i posti, poi tre giorni interminabili di scavo sotto la pioggia per fare le buche, ed infine il grande giorno in cui sono arrivate le piante. Adesso i miei 135 ragazzi dimorano già da qualche mese nella loro nuova casa, sembra che si trovino bene, nonostante la poca acqua piovana crescono e le fronde sono rigogliose.

Fra 4-5 anni avremo un nuovo olio da assaggiare.

Postato da: bummi a 10:40 | link | commenti (8)
abruzzo, campagna, olivi

lunedì, 07 maggio 2007
Gli olivi di là 2


Uno dei primi ricordi che ho dei lunghi viaggi che facevo con la mia famiglia da Roma a Colledara è il lago di Canetra.

Alla fine degli anni sessanta la A 24 era ancora poco più che un cantiere, da Roma per andare nel teramano si percorreva la Salaria e Canetra è appunto un paesino situato sulla SS 4 fra Rieti ed Antrodoco. La mancanza di una grande arteria viaria rendeva ogni volta il viaggio una piccola avventura, soprattutto d’inverno. Non si era mai veramente sicuri che si sarebbe arrivati a destinazione, né si sapeva quanto sarebbe durato il tragitto. Gli imprevisti erano sempre dietro l’angolo, a volte bisognava tornare indietro per via della neve, oppure si incappava in un incidente e occorreva attendere anche ore prima che la carreggiata venisse riaperta. Le incognite maggiori riguardavano la SS. 80 del Passo delle Capannelle, oltre ai consueti problemi di viabilità succedeva anche che improvvisamente dietro ad una curva si materializzasse una mandria di bufali che d’inverno sfuggivano ai pascoli innevati per venire a leccare il sale depositato in mezzo alla carreggiata. Ovviamente i bufali non erano minimamente infastiditi dalla presenza delle automobili e bisognava aspettare che si decidessero a liberare la strada.

Erano anni in cui gli inverni erano ancora “inverni veri”, le perturbazioni balcaniche portavano quantità di neve tali da determinare la chiusura del passo anche per settimane intere. Questi periodi, quando capitavano mentre mi trovavo in paese, erano stupendi. Un anno ricordo che durante le festività natalizie scese talmente tanta neve che mi trovai costretto ad allungare le ferie per oltre dieci giorni. Vivevamo in una sorta di isolamento forzato, a volte andava via anche la luce, ci si scaldava col fuoco del camino e si andava a dormire col prete nel letto.

Amo Colledara, le sue colline ed il Gran Sasso che troneggia su di esse fin da quando ero bambino. La vita all’aria aperta, gli amici, le partite interminabili di pallone che cominciavano la mattina e terminavano al tramonto sono i ricordi più nitidi della mia infanzia nella valle Siciliana. A quei tempi il nostro paese era ancora un villaggio di case sparse, non aveva ancora assunto le caratteristiche di vero e proprio centro urbano come oggi. La mia famiglia viveva in una grande casa con un bel giardino alberato. In essa dimoravano i miei nonni, mia zia e le mie due cugine. Una di esse si era sposata e anche suo marito e il loro primo figlio vivevano sotto allo stesso tetto con tutti gli altri. A tavola eravamo sempre in tanti e c’era una bellissima atmosfera conviviale.

Mio nonno era un generale dell’esercito in pensione. Aveva fatto una notevole carriera militare che lo aveva portato a combattere in entrambe le guerre mondiali e si era congedato con la carica di generale di corpo d’armata. A dispetto della notevole esperienza bellica che aveva accumulato, era una delle persone più dolci che io abbia mai conosciuto. Quando arrivava la primavera e potevo scorrazzare in bicicletta per le stradine che si intersecavano nel giardino lui mi chiamava per parlarmi dei filari di uva che aveva sistemato attorno alla casa. Io lo chiamavo “Nonno uva”.

Mia nonna, invece, era una donna robusta e di notevole personalità, apparentemente severa in realtà si commuoveva facilmente, ogni volta che ripartivamo per Roma piangeva. Io da piccolo un giorno la associai alla mole dell’enorme paretone del Gran Sasso che si vede da ogni angolo del paese e da allora per me fu semplicemente “Nonna Gran Sasso”. Lei sorrideva compiaciuta di questo soprannome, d’altronde a casa il generale era decisamente lei. Non c’era menù a pranzo o a cena che non ottenesse la sua benedizione, comandava tutti a bacchetta anche dopo la frattura al femore di cui fu vittima a ottant’anni e che la tenne relegata su una sedia a rotelle per il resto della sua vita.

Erano gli anni in cui esisteva ancora la mezzadria e a Collecastino, dov’era situato il podere di Nonna Gran Sasso, viveva una famiglia di contadini. Della famiglia ricordo poco, anche perché a casa non si vedevano mai e non è che arrivasse granchè della produzione della fattoria. Nonna chiudeva spesso un occhio e diceva che d’altronde anche loro dovevano campare in qualche modo. Ricordo bene però com’era la casa e l’aia piena di animali di vario genere, pecore, maiali, polli, conigli... La fattoria si trovava, e si trova ancora oggi, in cima ad un colle, circondata da una serie di campi in discesa esposti a sud. La maggior parte del terreno agricolo del piccolo podere veniva coltivato col ciclo del grano. In mezzo ai campi c’erano dissemintai qua e là alcuni enormi alberi di fichi bianchi, la loro grandezza era tale da farli assomigliare a dei baobab. Producevano i frutti più buoni che io abbia mai mangiato. Accanto al terreno coltivato c’era una minuscola vigna composta da 4 o cinque filari di vite mentre accanto alla masseria trovava spazio un vecchio oliveto.

Da continuare…

Postato da: bummi a 09:58 | link | commenti (6)
abruzzo, campagna, olivi

giovedì, 03 maggio 2007
Gli olivi di là

Mia nonna proveniva da una famiglia benestante. In Abruzzo alla fine del milleottocento chi aveva la terra era benestante, gli altri poveri. Le gerarchie sociali erano molto chiare. Ricordo che quando ero piccolo ogni tanto le chiedevo: “nonna ma tu quando eri giovane eri davvero ricca?” Lei mi guardava sorridendo e rispondeva: “pensa, ero talmente ricca che a casa avevo la pietra dell’olio!”


Per i meno avvezzi a certe terminologie, la pietra dell’olio era una pietra dalla quale era stato cavato l’interno fino a formare una enorme vasca adibita alla conservazione dell’olio. Ovviamente un manufatto simile richiedeva parecchio tempo ed energia per essere realizzato ed erano pochi quelli che potevano permetterselo, va da sé che nelle comunità rurali di un tempo rappresentava un autentico status symbol, paragonabile alla fuoriserie o all’abito griffato di oggi. Chi aveva la pietra dell’olio era una personalità di rango, un vero signore che si distingueva dal volgo che spesso e volentieri l’olio di oliva non lo possedeva proprio.

La famiglia di mia nonna ovviamente produceva l’olio con i propri piantoni e possedeva vasti latifondi sparsi per la provincia di Teramo. Lei e sua sorella gemella erano le “signorine” di famiglia e come tali avevano il diritto/privilegio di portare a pascere i maiali. Ricordo che la prima volta che mi venne raccontata questa cosa rimasi alquanto interdetto: “ma come, le figlie dei ricchi proprietari terrieri si insudiciano stando tutto il gionro a zonzo con delle bestie grufolanti?” Ma evidentemente in un’epoca in cui mangiare la carne era vero un lusso, portare al pascolo potenziali salsicce e porchette era considerata un’attività riservata a pochi eletti.

Vicissitudini familiari di vario tipo portarono col tempo ad una alquanto veloce diminuzione delle proprietà terriere della famiglia, tanto che alla fine mia nonna si ritrovò improvvisamente ad essere proprietaria “solo” di una fattoria, o per meglio dire di una masseria, come si chiamano dalle nostre parti.

La masseria si trova poco fuori dal nostro paese, al limite delle case di una piccola frazione, Collecastino, divisa in due tronconi da un limite più o meno definito. Collecastino di qua è la porsione di paese che rimane più vicino al capoluogo, mentre Collecastino di là è la parte di case che scendono sui fianchi della collina verso il fosso del fiume Fiumetto.

Ci troviamo a due passi dal Gran Sasso, sulle colline della Valle Siciliana in un ambiente molto particolare. Qui a 400 metri di quota crescono gli olivi e si respira un’aria mediterranea, ma a pochi metri per gran parte dell’anno il terreno è coperto di neve. In dieci minuti di automobile si è in montagna ed in mezz’ora si può fare il bagno nell’adriatico.

Da continuare…

 

Postato da: bummi a 12:08 | link | commenti (2)
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