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sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista
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A volte nella vita fai delle cose nella piena consapevolezza che si tratta di una cazzata ma è più forte di te, devi farla lo stesso perché se non la facessi verresti meno a te stesso e non puoi esimerti da questo. Partecipare all'edizione 2008 della maratona di Roma è stata una piccola cazzata alla quale non ho saputo rinunciare. Sapevo bene di non essere ancora pronto per uno sforzo simile, me l’aveva detto anche l’amico Gianko in tempi non sospetti diversi mesi fa che sarebbe stato un azzardo. Sono solo 10 mesi che corro e anche i vari libri e documenti che ho letto mi avevano fatto capire a chiare lettere che certi adattamenti muscolo-scheletrici si acquisiscono solo dopo un anno e mezzo o due.
Fin qui la teoria, poi c’è la pratica che prevede che un podista oltre a due gambe ed un cervello abbia anche un cuore e dei sentimenti. Non potevo rinunciare a priori alla regina delle corse, soprattutto quando si disputa in casa mia e in una delle cornici più belle che esistono al mondo.
Così, senza un abbozzo di allenamento specifico, con una sola seduta lunga da 28 km nelle gambe, domenica mi sono presentato emozionatissimo alla partenza sotto al Colosseo. Mettersi in fila nelle varie gabbie insieme ad altri 13 mila appassionati non è certo cosa da tutti i giorni. Tutto il mondo viene a correre a Roma e la città eterna accoglie tutti veramente ala grande.
Ovviamente sono stipato nell’ultima gabbia, proprio sotto al Colosseo, siamo talmente tanti che dal punto in cui ci troviamo non si vede nemmeno l’arco della partenza a metà via dei Fori Imperiali, laggiù dietro a una lunga curva . Ma il momento della partenza si intuisce comunque, come in occasione della Roma – Ostia di un mese fa rivivo lo spettacolo delle maglie che improvvisamente cominciano a volare fra la folla davanti a me. Sono quelli che si spogliano all’ultimo minuto sacrificando una vecchia felpa tenuta addosso per non prendere freddo. Poi lentamente il serpentone comincia a muoversi. Passano più di cinque minuti quando transito sotto all’arco della partenza, faccio scattare il cronometro ma fino a oltre Piazza Venezia non c’è verso di correre, cammino dietro ad un pittoresco atleta scozzese che gareggia indossando il kilt.
Poi finalmente davanti al Teatro Marcello cominciamo a muovere i primi passi di corsa, sono passati quasi otto minuti dalla partenza, ora le gambe hanno voglia di mulinare e le faccio andare a piacimento. Cerco di essere conservativo ma non ci riesco troppo, fino alla basilica di San Paolo corro da solo, poi incrocio due amici del campo di Caracalla e mi accodo a loro. Vanno un pelo più spediti di me ma mi dico che in fondo posso farcela. Attraversiamo il Tevere a ponte Marconi e proseguiamo sul lungotevere fino al ponte di ferro, passiamo davanti al mercato di Porta Portese e riattraversiamo il fiume davanti all’ex mattatoio. Ad ogni incrocio c’è un piccolo capannello di gente che ci incita, è bello vedere che in una città tutto sommato abbastanza fredda verso questo genere di manifestazioni c’è chi è sceso apposta da casa per venire a vedere la corsa che passa.
Non salto mai un ristoro, è una regola che mi sono dato dalla prima gara alla quale ho partecipato. Bevo soprattutto acqua, gli integratori salini mi appesantiscono lo stomaco e poi so bene che non sono affatto la panacea che certe pubblicità vorrebbero far credere. Mi sento bene, la gamba va e io ho deciso di assecondarla finchè regge. Fa caldo, sudiamo tutti copiosamente. A Ponte Cavour voltiamo a sinistra, c’è Rossella che ci incita come una pazza e così sullo slancio attraversiamo Piazza Cavour ed entriamo in Prati. Passo sotto all’ufficio di mio padre, non ci siamo detti nulla ma è come se ci fossimo dati un appuntamento, è lì affacciato in finestra. Ci salutiamo con grandi urla, mi gaso ancora e così finisco per divorarmi letteralmente il tratto che porta fino all’arco della mezzamaratona. Nonostante l’inizio lentissimo passo ben sotto le due ore, comincio a pensare di riuscire ad avverare quello che sarebbe un vero sogno ovvero chiudere sotto le quattro ore.
Il tratto di lungotevere verso Ponte Milvio comincia a farmi capire che per quest’anno il sogno rimarrà tale. L’avvicinarsi della fatica in questi casi si accompagna a un progressivo senso di solitudine. E’ la solitudine dell’atleta che si ritrova solo con se stesso e le sue capacità, è la croce e la delizia di questo sport, sono circondato da centinaia di persone ma comincio a sentirmi sperduto in mezzo ad un deserto. Nel frattempo anche il tempo è cambiato, il cielo si è coperto di nuvole grigie e si è alzato anche un fastidioso vento di scirocco che avrò l’onore ed onere di fronteggiare per tutto il tratto di ritorno dalla Moschea Araba al centro storico. Dopo l’Acquacetosa arriva il famoso muro, la grande crisi, l’incubo dei maratoneti, le gambe cominciano ad essere talmente dure da non permettermi più di correre. Mancano oltre 15 km all’arrivo, ho gli adduttori di entrambe le cosce che sono due pezzi di legno, pur non soffrendo di crampi temo che mi possano venire e bloccare definitivamente. Non so se sono troppo timoroso, ma preferisco fermarmi un attimo e fare un po’ di stretching, poi lentamente riprendo a corricchiare e ad alternare brevi tratti camminati. Così arrivo al ristoro del trentesimo chilometro, mi nutro bene, ci sono le banane, bevo acqua e anche un po’ di sali molto diluiti.
Il resto della gara è un ricordo fatto di immagini, il transito nel sottopassaggio sul lungotevere all’altezza di Ponte Mateotti, l’attraversamento di Piazza Navona fra i turisti seduti ai tavolini, Largo Argentina gremita di gente che ti incita, via del Corso così dritta e lunga ma anche così corta rapportata al resto del percorso, Piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, di nuovo Piazza Venezia e gli interminabili sampietrini che ti portano fino all’arrivo.
L’arrivo: io mi ricordavo di essere arrivato quasi da solo, senza nessuno vicino, invece andandomi a rivedere sul sito dove c’è il video del mio arrivo mi sono reso conto che in realtà ero parte di un piccolo fiume di gente (sono il pennellone con la divisa tutta nera che arranca disperato sulla sinistra dello schermo).
Fermarsi dopo tanto sforzo è una sensazione strana, all’inizio c’è un momento di vera incredulità, quasi di spaesamento, ricordo di essermi quasi chiesto: e mò che devo fà? Poi subito dopo subentra la consapevolezza di aver avverato comunque qualcosa di grande e questo riempie di orgoglio. Per me sono stati momenti di grandissima emozione, mi sono anche un po’ commosso.
Gli addetti ti coprono col telo termico, consegni il chip del cronometraggio e ricevi la medaglia riservata a chi termina la gara. Poi lentamente, dopo essermi fatto strada in mezzo ad una selva di atleti sdraiati per terra lungo Via dei Fori Imperiali, vado ad idratarmi, prendo il pacco gara e riprendo la mia borsa. Mi cambio, chiamo casa e lentamente mi avvio verso Caracalla dove ho lasciato lo scooter. Le gambe sono un po’ legnose e mi fanno anche un po’ male le ginocchia (dopo due giorni per fortuna è praticamente passato tutto) ma porto con me un grande sorriso. Ci vediamo l’anno prossimo.
