Scritti di varia natura di un abruzzese romano

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sono un uomo di sport amante della natura a 360 gradi con particolare predilezione per le "mie" montagne abruzzesi che percorro preferibilmente, con gli sci da scialpinismo, la mountain bike o a piedi da escursionista

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mercoledì, 19 marzo 2008
Quattro ore e trenta, una grande lezione di vita

A volte nella vita fai delle cose nella piena consapevolezza che si tratta di una cazzata ma è più forte di te, devi farla lo stesso perché se non la facessi verresti meno a te stesso e non puoi esimerti da questo. Partecipare all'edizione 2008 della maratona di Roma è stata una piccola cazzata alla quale non ho saputo rinunciare. Sapevo bene di non essere ancora pronto per uno sforzo simile, me l’aveva detto anche l’amico Gianko in tempi non sospetti diversi mesi fa che sarebbe stato un azzardo. Sono solo 10 mesi che corro e anche i vari libri e documenti che ho letto mi avevano fatto capire a chiare lettere che certi adattamenti muscolo-scheletrici si acquisiscono solo dopo un anno e mezzo o due.

Fin qui la teoria, poi c’è la pratica che prevede che un podista oltre a due gambe ed un cervello abbia anche un cuore e dei sentimenti. Non potevo rinunciare a priori alla regina delle corse, soprattutto quando si disputa in casa mia e in una delle cornici più belle che esistono al mondo.

Così, senza un abbozzo di allenamento specifico, con una sola seduta lunga da 28 km nelle gambe, domenica mi sono presentato emozionatissimo alla partenza sotto al Colosseo. Mettersi in fila nelle varie gabbie insieme ad altri 13 mila appassionati non è certo cosa da tutti i giorni. Tutto il mondo viene a correre a Roma e la città eterna accoglie tutti veramente ala grande.

Ovviamente sono stipato nell’ultima gabbia, proprio sotto al Colosseo, siamo talmente tanti che dal punto in cui ci troviamo non si vede nemmeno l’arco della partenza a metà via dei Fori Imperiali, laggiù dietro a una lunga curva . Ma il momento della partenza si intuisce comunque, come in occasione della Roma – Ostia di un mese fa rivivo lo spettacolo delle maglie che improvvisamente cominciano a volare fra la folla davanti a me. Sono quelli che si spogliano all’ultimo minuto sacrificando una vecchia felpa tenuta addosso per non prendere freddo. Poi lentamente il serpentone comincia a muoversi. Passano più di cinque minuti quando transito sotto all’arco della partenza, faccio scattare il cronometro ma fino a oltre Piazza Venezia non c’è verso di correre, cammino dietro ad un pittoresco atleta scozzese che gareggia indossando il kilt.

Poi finalmente davanti al Teatro Marcello cominciamo a muovere i primi passi di corsa, sono passati quasi otto minuti dalla partenza, ora le gambe hanno voglia di mulinare e le faccio andare a piacimento. Cerco di essere conservativo ma non ci riesco troppo, fino alla basilica di San Paolo corro da solo, poi incrocio due amici del campo di Caracalla e mi accodo a loro. Vanno un pelo più spediti di me ma mi dico che in fondo posso farcela. Attraversiamo il Tevere a ponte Marconi e proseguiamo sul lungotevere fino al ponte di ferro, passiamo davanti al mercato di Porta Portese e riattraversiamo il fiume davanti all’ex mattatoio. Ad ogni incrocio c’è un piccolo capannello di gente che ci incita, è bello vedere che in una città tutto sommato abbastanza fredda verso questo genere di manifestazioni c’è chi è sceso apposta da casa per venire a vedere la corsa che passa.

Non salto mai un ristoro, è una regola che mi sono dato dalla prima gara alla quale ho partecipato. Bevo soprattutto acqua, gli integratori salini mi appesantiscono lo stomaco e poi so bene che non sono affatto la panacea che certe pubblicità vorrebbero far credere. Mi sento bene, la gamba va e io ho deciso di assecondarla finchè regge. Fa caldo, sudiamo tutti copiosamente. A Ponte Cavour voltiamo a sinistra, c’è Rossella che ci incita come una pazza e così sullo slancio attraversiamo Piazza Cavour ed entriamo in Prati. Passo sotto all’ufficio di mio padre, non ci siamo detti nulla ma è come se ci fossimo dati un appuntamento, è lì affacciato in finestra. Ci salutiamo con grandi urla, mi gaso ancora e così finisco per divorarmi letteralmente il tratto che porta fino all’arco della mezzamaratona. Nonostante l’inizio lentissimo passo ben sotto le due ore, comincio a pensare di riuscire ad avverare quello che sarebbe un vero sogno ovvero chiudere sotto le quattro ore.

Il tratto di lungotevere verso Ponte Milvio comincia a farmi capire che per quest’anno il sogno rimarrà tale. L’avvicinarsi della fatica in questi casi si accompagna a un progressivo senso di solitudine. E’ la solitudine dell’atleta che si ritrova solo con se stesso e le sue capacità, è la croce e la delizia di questo sport, sono circondato da centinaia di persone ma comincio a sentirmi sperduto in mezzo ad un deserto. Nel frattempo anche il tempo è cambiato, il cielo si è coperto di nuvole grigie e si è alzato anche un fastidioso vento di scirocco che avrò l’onore ed onere di fronteggiare per tutto il tratto di ritorno dalla Moschea Araba al  centro storico. Dopo l’Acquacetosa arriva il famoso muro, la grande crisi, l’incubo dei maratoneti, le gambe cominciano ad essere talmente dure da non permettermi più di correre. Mancano oltre 15 km all’arrivo, ho gli adduttori di entrambe le cosce che sono due pezzi di legno, pur non soffrendo di crampi temo che mi possano venire e bloccare definitivamente. Non so se sono troppo timoroso, ma preferisco fermarmi un attimo e fare un po’ di stretching, poi lentamente riprendo a corricchiare e ad alternare brevi tratti camminati. Così arrivo al ristoro del trentesimo chilometro, mi nutro bene, ci sono le banane, bevo acqua e anche un po’ di sali molto diluiti.

Il resto della gara è un ricordo fatto di immagini, il transito nel sottopassaggio sul lungotevere all’altezza di Ponte Mateotti, l’attraversamento di Piazza Navona fra i turisti seduti ai tavolini, Largo Argentina gremita di gente che ti incita, via del Corso così dritta e lunga ma anche così corta rapportata al resto del percorso, Piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, di nuovo Piazza Venezia e gli interminabili sampietrini che ti portano fino all’arrivo.

L’arrivo: io mi ricordavo di essere arrivato quasi da solo, senza nessuno vicino, invece andandomi a rivedere sul sito dove c’è il video del mio arrivo mi sono reso conto che in realtà ero parte di un piccolo fiume di gente (sono il pennellone con la divisa tutta nera che arranca disperato sulla sinistra dello schermo).

Fermarsi dopo tanto sforzo è una sensazione strana, all’inizio c’è un momento di vera incredulità, quasi di spaesamento, ricordo di essermi quasi chiesto: e mò che devo fà? Poi subito dopo subentra la consapevolezza di aver avverato comunque qualcosa di grande e questo riempie di orgoglio. Per me sono stati momenti di grandissima emozione, mi sono anche un po’ commosso.

Gli addetti ti coprono col telo termico, consegni il chip del cronometraggio e ricevi la medaglia riservata a chi termina la gara. Poi lentamente, dopo essermi fatto strada in mezzo ad una selva di atleti sdraiati per terra lungo Via dei Fori Imperiali, vado ad idratarmi, prendo il pacco gara e riprendo la mia borsa. Mi cambio, chiamo casa e lentamente mi avvio verso Caracalla dove ho lasciato lo scooter. Le gambe sono un po’ legnose e mi fanno anche un po’ male le ginocchia (dopo due giorni per fortuna è praticamente passato tutto) ma porto con me un grande sorriso. Ci vediamo l’anno prossimo.

 

Postato da: bummi a 09:39 | link | commenti (3)
corsa, maratona, podismo

venerdì, 14 marzo 2008
Potenza o resistenza?

L’osservazione di Alberto nel post precedente mi ha fatto venire in mente una serie di altre cose. Avevo iniziato scrivendo una replica ma poi mi sono ritrovato ad armeggiare con un commento dalla lunghezza inverosimile e ho pensato che era meglio aprire un post specifico. Premetto, ovviamente, che le mie osservazioni non hanno alcun fondamento scientifico (né vogliono averne) ma descrivono unicamente esperienze vissute.

I podisti svolgono solitamente una preparazione incentrata su gare che vanno dai 10 km in su. Le classiche misure delle competizioni su strada sono 10 km, mezzamaratona e maratona, c’è qualche eccezione ma grossomodo le distanze sono queste. Ovviamente la preparazione cambia anche di parecchio a seconda della distanza, una 10 km è diversa da una maratona, ma la caratteristica principale di questo tipo di sforzo è che si corre principalmente in piano o al massimo con lievi (per noi montanari) salite. Ne consegue che questi atleti hanno come caratteristica principale quella di avere una sviluppato una capacità aerobica tale da permettere loro di mantenere un buon ritmo per tutto il tempo necessario a concludere la gara. I maratoneti si differenziano rispetto agli altri podisti per la capacità di bruciare grassi, carburante meno nobile rispetto agli zuccheri usati prevalentemente nelle altre distanze, ma questo elemento ci interessa poco per il discorso che sto facendo.

Quello che invece è interessante notare è il passo regolare che tutti questi atleti riescono a mantenere durante le loro gare. E non parlo solo degli atleti d’elite ma di qualsiasi atleta che si cimenta con un minimo di allenamento in una gara podistica. I vari passaggi durante una 10 chilometri, una mezzamaratona o una maratona sono regolarissimi, praticamente si parte con lo stesso passo con cui si arriva alla fine (i più allenati riescono ad aumentare un po’ alla fine). Parliamo quindi di atleti dotati di grande resistenta o per meglio dire “resilienza” come affermano Trabucchi e Speciani nel loro testo Mente e Maratona.

Tornando all’osservazione di Alberto che ha originato questo post, viene da chiedersi se resistenza faccia rima con potenza. In montagna quando saliamo su un sentiero o con gli sci o mentre pedaliamo su una bella salita come piace fare ad Alberto la resistenza è ovviamente molto utile ma non è l’elemento principale di cui abbiamo bisogno. Se non c’è la forza necessaria a sollevare il nostro corpo lungo tutto il dislivello che intendiamo percorrere possiamo avere tanta capacità aerobica ma non andremo da nessuna parte. Anche muscolarmente in salita coinvolgiamo distretti muscolari molto diversi rispetto a quelli che usiamo solitamente per correre in piano.

Questa forbice ovviamente si acuisce più ci si allena specificamente. Anche io che vado in montagna da una vita se improvvisamente decidessi di non farlo più per dedicarmi esclusivamente al podismo tra un anno avrei serie difficoltà a fare dislivello. I metodi di allenamento moderni sono fatti in maniera tale da sviluppare fino al limite le caratteristiche specifiche richieste per una determinata attività, ne consegue che tutto ciò che non ha attinenza con essa viene meno. Correre in piano non è camminare in salita, così come nuotare è diverso dall’andare in bicicletta.

Infine aggiungo anche che a parità di fatica effettuata trovarsi dinnanzi ad una salita di diverse centinaia di metri di dislivello può essere psicologicamente molto più duro rispetto a vedersi davanti un rettilineo infinito da correre. Come mi dice sempre l’amico Enea, un alpinista parte sempre avvantaggiato rispetto ad un podista puro.


Postato da: bummi a 09:16 | link | commenti
sport, resistenza, podismo

giovedì, 06 marzo 2008
Corsa e scialpinismo, due opposti che si attraggono

Scena: Roma Ostia, termine della salita del campeggio.
Podista con accento milanese alquanto affannato: “Uè, ma quante salite ci sono qui?”
Io: “Tranquillo, d’ora in poi è tutta discesa”
Un romano che corre nei pressi ribatte: “See. Mò è tutta nà discesa e nà salita, artro che discesa. Qui mò è tutto n’ saliscendi”
Ci trovavamo all’altezza dell’incrocio per l’Axa, con davanti agli occhi il lungo rettilineo della Colombo che conduce in dolce discesa fino al mare ben visibile in lontananza al termine della strada. La Cristopforo Colombo la conosco benissimo per averla percorsa innumerevoli volte con ogni genere di mezzo, dalla vespa alla bicicletta ma sono rimasto zitto un po’ per timidezza congenita un po’ perché ho pensato a qualche sorpresa da parte degli organizzatori (stà a vedere che proprio in occasione della Roma – Ostia installano delle rampe artificiali sul tracciato e se insisto a dire che è discesa faccio la figura del cog… hem, pirla…). Ovviamente non c’era nessuna sorpresa e siamo arrivati alla rotonda accompagnati dalla solita lieve costante discesa che caratterizza la strada.
Ho narrato questo episodio perché secondo me descrive bene l’approccio psicologico alle salite che ho riscontrato da parte dei podisti “puri” in quasi tutte le gare su strada alle quali ho partecipato finora. Lo stradaiolo, il podista che corre solo su strada, è letteralmente terrorizzato dalle salite, ha una sorta di rifiuto congenito verso tutti i tracciati che accennano a salire sia pur minimamente. Ho assistito a degli episodi a dir poco grotteschi (per non dire ridicoli) al termine di una gara effettuata a Colonna nel settembre scorso. Al termine della gara alcuni atleti hanno inveito rumorosamente nei confronti dell’organizzazione del bell’evento che si svolge fra i vigneti della cittadina dei castelli romani.
All’inizio quando sentivo queste cose mi sembrava tutto troppo ridicolo per essere vero, facevo anche un po’ fatica a credere che fosse davvero possibile che qualcuno potesse arrabbiarsi tanto per cose simili. Sarà che venendo dalla montagna mi sono sempre posto nella condizione di chi si deve adattare al terreno e non viceversa, e poi a me la gestualità della corsa in salita piace tantissimo. Alzare le ginocchia, spingere con la gamba più che farla scorrere sul terreno come si fa quando si procede in piano è bellissimo. Uno degli allenamenti che preferisco di più in senso assoluto sono le salite da 450-500 metri fatte a Viale Giotto nel quartiere di San Saba, a due passi dal campo di Caracalla.
Sono allenamenti ai quali solitamente abbino un bel 3.000 finale durante il quale faccio andare liberamente la gamba al ritmo che predilige. Le 8-10 ripetute in salita fatte in questo modo mi danno la sensazione di essere una sorta di molla in grado di caricare le gambe per il successivo 3.000. La sensazione di piacere e benessere, peraltro, non è confinata all’allenamento in sé ma si propaga anche ai giorni successivi all’allenamento durante i quali corro con molta più scioltezza accompagnato da una sensazione di maggiore leggerezza nella falcata.
Queste sensazioni le ritrovo anche nelle giornate immediatamente successive alle gite di scialpinismo. Evidentemente, pur non correndo, fare mille e passa metri di salita con scarponi, sci e pelli di foca ai piedi incide sulla fisiologia dei muscoli in maniera molto simile rispetto a certi allenamenti in salita. Non ho basi scientifiche che possano confermare queste sensazioni, quello che dico è dettato da pura e semplice percezione soggettiva. Rimane il fatto che oltre a correre meglio non ho mai paura ad affrontare una salita, nemmeno al trentesimo chilometro di un lungo.
 

Postato da: bummi a 11:16 | link | commenti (3)
corsa, scialpinismo

venerdì, 29 febbraio 2008
Roma – Ostia, la festa del podismo

Domenica 24 febbraio ho corso la mia prima Roma – Ostia. E’ una corsa che è sedimentata nel mio immaginario da decenni, praticamente dalle prime edizioni corse a cavallo degli anni ’70 e ’80. Non so perché ma fin da ragazzino ho sognato di parteciparvi un giorno. Forse perché si parte da Roma e si va al mare o perché si parte da una città per arrivare ad un’altra, o ancora perché si corre tutti insieme lungo un’arteria di grande scorrimento come la via Cristoforo Colombo solitamente intasata di automobili che per un giorno viene chiusa e dedicata ai podisti. Rimane il fatto che per me questa è sempre stata “la corsa”, più delle maratone di New York, Londra e Roma (la mitica Romaratona di un tempo), nella mia testa c’era questa cosa: “se un giorno mi metto a correre seriamente voglio partecipare alla Roma – Ostia”.

Ora possiamo disquisire molto sul fatto che io corra seriamente, diciamo che ci sto provando fra impegni lavorativi e familiari da circa 10 mesi, quello che conta è che mi sto divertendo a scoprire una nuova dimensione di me stesso: il podista. Con questo stato d’animo mi sono approcciato anche a questa gara.

Non è stata la prima mezza maratona alla quale ho preso parte, ne avevo corsa una già nel novembre scorso a Civitavecchia, una gara che mi aveva lasciato per due settimane buone con dei discreti postumi di fatica. Uno degli interrogativi che avevo era quindi incentrato proprio sul recupero fisico visto che per il 16 marzo ho in programma di partecipare alla maratona della città di Roma.

Con questi ed altri interrogativi e con una bella dose di emozione mi rigiravo a lungo nel letto la notte precedente finché la sveglia delle 6 e mezza del mattino è giunta quasi come una liberazione. Il tempo di una colazione a base di caffè (errore madornale) e fette biscottate con la marmellata e di compiere le doverose operazioni di eliminazione della zavorra organica e mi sono messo in macchina verso l’EUR. Qui, appena posteggiato nei pressi del Fungo, ho incontrato il mio podista ideale ovvero Olimpio Iozzi.

Olimpio ha 65 anni, corre da quando ne aveva una quarantina e durante l’anno partecipa a moltissime gare con lo stesso entusiasmo con il quale ha cominciato. E' un vero amatore e lo si vede da come corre e da come lo salutano e riconoscono tutti. "Quest'anno sò vent'anni che la coro stà corsa, nun ne ho sartata manco una da quanno ho iniziato" (Olimpio, come tradisce il suo nome, è un romano autentico e non disdegna la parlata romanesca).

Arrivati davanti al Palalottomatica cominciano ad assembrarsi gli autobus e i vari gruppi podistici, arrivano da ovunque, si sentono i dialetti più disparati della penisola dal siciliano al veneto. Sembra di essere ad una mega raduno più che ad una gara. Alle 8,30 mi spoglio e consegno la borsa ai furgoni che la porteranno all’arrivo ad Ostia, decido di tenere una maglietta a maniche corte sotto alla canotta, (altro errore) fa ancora un po’ fresco e ho paura di raffreddarmi. Comincia il rituale del riscaldamento durante il quale sono costretto a urinare due volte (maledetto caffè), chiacchiero con qualche faccia che incontro sempre al campo di Caracalla all'ora di pranzo. Mi guardo molto attorno, cerco di assaporare più che posso questi momenti, è la mia prima gara con così tanti partecipanti e voglio che mi rimanga impressa bene. Vedo passare i keniani che si scaldano, le gazzelle degli altipiani, atleti longilinei che sembrano saltellare sull’asfalto senza nemmeno toccarlo.

Nel frattempo il piazzale davanti all’ex PalaEUR si è riempito, ormai è strapieno di gente e io decido che è il monmento di avvicinarmi alla partenza. Così cerco di guadagnare qualche posizione all'interno della mia gabbia di appartenenza, l'ultima ovvero il carro bestiame dei podisti. Qui partono tutti quelli che si iscrivono per la prima volta come me o che non sono riusciti ad ottenere una prestazione di rilievo nell’edizione precedente. L’atmosfera è eccitata e molto solidale, si ride e si scherza cercando di farsi un po’ di forza a vicenda. In mezzo al fiume umano si notano le bandierine con i tempi dei vari pacer.

Poi improvvisamente, come se tutti insieme si fossero dati un segnale, comincia uno spettacolo nello spettacolo, decine e decine di magliette, felpe, maglioncini ecc. volano via sopra alle teste della folla. Evidentemente molti hanno preferito usare roba propria per tenersi coperti ed al caldo fino all’ultimo (io ho trovato più utile affidarmi alla casacca di plastica fornita dall’organizzazione).

La partenza arriva senza che quasi me ne accorga, ad un certo punto assistiamo dall'alto al fiume umano che si allunga laggiù fino al bivio per la Pontina. Dopo qualche minuto cominciamo a muoverci anche noi. Parte un applauso collettivo con urla di giubilo, per un attimo ho la pelle d’oca, ma subito dopo mi concentro sulla corsa e cerco di portarmi avanti.

Quando transito sotto allo striscione della partenza faccio partire il cronometro, la mia Roma - Ostia è iniziata. Nei primi chilometri cerco disperatamente di destreggiarmi in mezzo alla folla per portarmi avanti, ma dopo un paio di inciampi desisto, mi metto l'animo in pace e mi godo l’atmosfera unica. Il tracciato fino al primo ristoro al 5 chilometro è praticamente piatto o in leggera discesa. Sudiamo tutti copiosamente, ho le labbra secche e mi sento un po’ disidratato (maledetto caffè).

Poi comincia la salita del campeggio, la affronto di slancio, le gambe vanno ancora bene e così arrivo presto al 10 km. In cima c’è un colpo d’occhio favoloso, si vede tutta Cristoforo Colombo fino al mare intasata dalle teste dei podisti, rimango un po’ inebetito a osservare lo spettacolo prima di riprendere a correre ad un buon passo.

Al semaforo di Casal Palocco c’è tanta gente che ci attende, ci incitano tutti, urlano, sono molto commosso, c’è anche la banda di Colonna che suona senza sosta, vivo sensazioni indescrivibili e bellissime.

Il resto è un po’ un ricordo confuso, la strada che si dipana fra i pini marittimi, l’ultimo leggera salitella che ci deposita sulla rotonda di Ostia dove improvvisamente ci ritroviamo fra la grande folla, urla di incitamento ovunque. Io ho le gambe che cominciano ad essere dei ceppi di legno, ma cerco di mantenere un’andatura decente.

Ad un certo punto ho un sussulto, qualcuna urla il mio nome: “Bummi! Vai Bummi!” Sono mia figlia, mia moglie e mio cognato che mi incitano dall’altra parte della strada. Sono distrutto e al limite della commozione ma i loro incitamenti sono la "botta" che mi permette di non mollare durante questa assurda andata e ritorno che gli organizzatori ci obbligano a fare sul lungomare. 1 chilometro e 800 metri in un senso e altrettanti nell’altro. Quando dobbiamo rigirare facendo un'inversione a U per ritornare verso la rotonda e l’arrivo le mie gambe hanno un moto di ribellione. Mi sembra quasi di sentirle mentre mi dicono: “Ahò ma chette sei messo in testa?”

Gli ultimi metri sono controsole, sono sudatissimo, il sudore mi cola sugli occhi… le gambe invece sembra che colino sull’asfalto... mi trascino verso l’arrivo. Sento di nuovo gli incitamenti “Bummi vai!”, abbozzo un saluto con la mano. Poi dopo un falso arco di arrivo giungo a quello vero, c’è talmente tanta gente che riesco a malapena a farmi largo per tagliare il traguardo. Sono felice, tanto felice e tanto soddisfatto di me stesso.

Il tempo? Quello rimane un mistero. Il mio cronografo segna 1,48, sarebbe il mio nuovo personale, a Civitavecchia a Novembre avevo segnato 1,50. Però la mattina dopo sul sito ufficiale della corsa mi accreditano prima 1,53 poi 1,51 ed infine 1,50. Boh? Misteri dell'elettronica.

Quello che conta però è constatare il netto e veloce recupero nei giorni immediatamente successivi, evidentemente comincio a essere allenato. Stà a vedere che sono diventato un podista.

Postato da: bummi a 12:26 | link | commenti (1)
podismo, roma - ostia

venerdì, 22 febbraio 2008
Un appenninista DOC

Che io abbia una spiccata predilezione per l'Appennino centrale è cosa ormai ampiamente risaputa. Sono montagne dal fascino particolare quelle nostre, a cavallo fra due mari, con condizioni spesso molto estreme influenzate in particolar modo dal vento che come un grande biscazziere rimescola le carte per trasportare in poche ore la neve accumulandola in alcuni punti prelevandola da altri (a proposito questo fine settimana occhio agli accumuli sottovento e all'inversione termica che pare sarà marcatissima).
L'altro elemento "estremo" sono appunto le temperature, in una settimana si passa facilmente da -20 a +20. La settimana scorsa, per esempio, si scalavano agevolmente le cascate nei fossi dei Monti della Laga come testimonia Luca nel suo neonato BLOG http://appenninistadoc.blogspot.com/ .
Con questo contributo penso che sia giunto il momento di porre fine ad una fase, dopo un anno e mezzo di BLOG ho deciso che è tempo di voltare pagina e dedicare quel poco che ormai rimane del mio tempo libero ad altre cose.
Ringrazio tutti quelli che con i loro contributi mi hanno fatto sentire meno solo.

Postato da: bummi a 09:11 | link | commenti (8)
alpinismo, appennino

lunedì, 18 febbraio 2008
Itinerari alternativi nella Valle Siciliana

La Valle Siciliana è la mia valle, ovvio che io sia leggermente di parte quando ne parlo, conseguentemente filtrate quello che sto per dire. La Valle è un ambiente di gioco favoloso per chi ama percorrere in montagna grandi dislivelli. Spesso si parte da 800 metri di quota per arrivare a oltre 2.300 e oltre.

Sabato il mio programma era di salire sul Monte Prena con gli sci sfruttando la grande “M” ancora ben innevata nel bosco di Pagliara e risalire la Fossaceca. Un vento abbastanza sostenuto e le nuvole che andavano e venivano al mattino ci hanno fatto ripiegare sulla vicina Madonnina del Gran Sasso che abbiamo raggiunto con bel percorso d’ambiente salendo da Casale San Nicola.

Gli sci li abbiamo calzati attorno ai 1.300 metri di quota assicurandoci comunque, come dice l'amico Andrea,  un minimo sindacale di sciata (750 metri di dislivello).

Giornata abbastanza fredda con neve particolare, un sottilissimo strato di ghiaccio copriva neve più morbida, quasi farinosa. Divertente l’uscita sulla cresta dell’Arapietra fra piccoli saltini di roccia da aggirare.

Alla Madonnina abbiamo pure incontrato anche uno “sci alpinista senza sci” che accompagnava un nutrito gruppo di ghiacciatori verso il rifugio Franchetti. Segno che la nostra montagna è forse più frequentata fuori dalle piste nonostante certi assurdi divieti.

In definitiva queste foto rappresentano un itinerario “di ripiego”, salito in una giornata di pseudo maltempo (all’ora di pranzo le nuvole erano solo un ricordo). Probabilmente non tutti ameranno questo genere di cose, si sale per un’ora con gli sci in spalla per raggiungere dei bei pendii sciabili, ma se questa è una seconda scelta immaginatevi il resto.


A presto.

Postato da: bummi a 09:56 | link | commenti (22)
scialpinismo, gran sasso, valle siciliana

venerdì, 15 febbraio 2008
Dead Runners Society - I podisti estinti

La rete è piena di mailing list e di forum sugli argomenti più disparati. Non mancano ovviamente quelli attinenti all’argomento podismo e corsa in genere, alcuni interessanti altri meno, ma tra di essi ci sono anche delle interessanti originalità se non altro per la storia che ha dato luogo alla loro origine.

La Dead Runners Society è una mailing list avente una serie di diverse ramificazioni nazionali. Trae la propria ispirazione dal film di Peter Weir “Dead Poets Society” (in italiano “L’attimo fuggente”) e ha come motto “carpe viam” parafrasando il “carpe diem” del celebre film. Gli adepti alla mailing list si chiamano fra loro con l’appellativo di “estinti”, fra di essi si celano anche diversi maratoneti di fama e redattori di riviste del settore come Orlando Pizzolato e Luca Speciani. L’argomento corsa è vissuto in generale più come elemento di crescita interiore che come sport a sé stante, ci si sofferma spesso sulle sensazioni individuali che la corsa risveglia in ognuno dei partecipanti. L’atmosfera è piacevole e ci sono spesso ottimi spunti di riflessione.

Il sito italiano della DRS è raggiungibile cliccando su questo link.

Postato da: bummi a 11:28 | link | commenti
podismo, mailing list

giovedì, 07 febbraio 2008
Sci Anarchik BLOG

La Sci Anarchik Film dell'amico Maurizio ha aperto un BLOG.
Non mi soffermerò sulla qualità dei contenuti che d'altronde è sempre molto elevata, ma sulla scelta editoriale per certi versi abbastanza atipica.
Infatti si tratta di un BLOG atipico. Il template è quello classico dei BLOG di blogspot, ma gli articoli invece di essere testuali sono pubblicati sotto forma di video embeddati da Google video.
Scelta interessante e che per certi versi ricalca un po' quello che è stato fatto ultimamente anche dal sottoscritto con alcune gallery fotografiche. Maurizio segue alla grande il nuovo trend, la narrazione sulla rete sarà sempre meno testuale, o quanto meno sempre meno esclusivamente testuale, ma prevederà sempre più sinergie ed interazioni fra le diverse forme disponibili.
I gestori dei diversi spazi video e fotografici farebbero bene a darsi una svegliata e organizzare al loro interno l'opzione "presenta in un BLOG" per i i file dei loro utenti.

Postato da: bummi a 09:29 | link | commenti (3)
comunicazione, video, montagna, scialpinismo

lunedì, 04 febbraio 2008
Bastoncini si, bastoncini no. Un antico dilemma


Antefatto
: con l’amico Enea Berardi, col quale ci sentiamo via skype praticamente tutti i giorni, qualche giorno fa stavamo disquisendo dell’uso dei bastoncini durante le escursioni in montagna. Entrambi li usiamo da tempo, ma non eravamo poi molto convinti della loro effettiva efficacia. Io per esempio pur usandoli durante le escursioni l’anno scorso non li ho usati per correre la skyrace del Terminillo perché pensavo che essere leggeri pagasse del vantaggio dato dai bastoncini.
L’altro giorno apro la posta e dopo aver letto questo bel saggio elaborato dal mio amico ho deciso che quest’anno sul Terminillo non andrò senza.


La prima parte del saggio prende spunto da uno studio di B. Jacobson (Oklahoma State University):

I volontari sono stati posti in equilibrio su una piastra oscillante, con e senza bastoncini.

Le conclusioni indicano che la percezione di fatica è sensibilmente minore con i bastoncini.

In perfetto accordo con il buon senso, direi.

Ed in accordo anche con uno studio comparato tra portatori sherpa e caucasici.

I portatori sherpa a parità di condizioni e di carico, avevano una velocità fino al 60% superiore a quella dei caucasici.

Questo dovrebbe dipendere dalla abilità acquisita nell’infanzia di trasportare carichi senza movimenti del busto.

Qui i ragguagli: http://www.evk2cnr.org/it/node/1092

Quindi, l’equilibrio garantito dai bastoncini darebbe un vantaggio sensibile, per pure questioni di equilibrio (immagino non si dissipino energie in oscillazioni, in correzioni del carico e tutto si traduca in una maggiore efficienza ovvero velocità ascensionale).

E mi pare che anche uno studio dell’Universita’ di Verona (Prof.Schena) confermi che più è “difficile” il sentiero, ad esempio gradoni di roccia, peggio vanno le prestazioni.

Il secondo studio di B.Jacobson è forse ancor più interessante.

In sostanza è stato verificato che molti parametri fisiologici (battito cardiaco, consumo di ossigeno, calorie consumate) rimangono sostanzialmente invariati camminando in salita a velocità costante con zaino pesante, sia usando i bastoncini che senza questi.

Si ha un miglioramento sensibile solo nella percezione della fatica (REB: penso  secondo la scala di Borg).

La cosa che mi pare curiosa è che nelle conclusioni dello studio non c’è un’osservazione fondamentale: se i consumi energetici complessivi rimangono invariati è evidente che le gambe consumano meno, ovvero si stancano di meno.

La percezione di fatica ha quindi una solida base fisica, oltre che psicologica dovuta al miglior equilibrio.

In altre parole, si attinge al glicogeno delle  braccia, altrimenti non utilizzabile, per diminuire il consumo del glicogeno contenuto nei muscoli delle gambe, che così durerà più a lungo.

I limiti dell’esperimento mi sembrano la durata molto breve (solo 15 minuti) e la  bassa velocità di marcia.

Oltretutto mi sembra complicato verificare la velocità su sentiero, a questi modesti livelli.

Alcune osservazioni.

Da un punto di vista empirico, i bastoncini danno indubbiamente un vantaggio oltre che di risparmio energetico per l’equilibrio facilitato, di vantaggio psicologico per la maggior sicurezza di passo, anche per motivi sostanziali e complessi attinenti alla riduzione degli sforzi di picco durante il passo in salita.

Gli stessi skyrunner di vertice nelle gare di km verticale (gare di lunghezza variabile in cui si deve vincere un dislivello di 1000 metri) appoggiano le mani sulle ginocchia, alleggerendo le gambe in maniera analoga all’uso dei bastoncini (tolgono  in realtà peso dai muscoli delle gambe, trasferendolo direttamente al terreno attraverso le tibie).

Nelle gare di skyrunning i bastoncini non vengono sempre usati perché sono complicati  da gestire (l’ideale sarebbe usarli quando servono, poi gettarli, poi trovarli di nuovo alla bisogna ecc).

In sostanza, usando i bastoncini,  questi e le braccia lavoreranno comunque molto poco, come si vede dai carichi  limitati trasmessi ai piedi in alcuni studi italiani e tedeschi (Prof. Schena, Universita’ di Verona) e come è poi intuitivo usandoli (appoggio il bastone per un tempo molto breve con un piccolo sovraccarico).

Ma, e questo è fondamentale, lavorano proprio quando servono, togliendo quei pochi kg dalla gamba motrice nel momento più critico.

E’ come se le gambe avessero più forza, al prezzo delle braccia, che  altrimenti non lavorerebbero.

Ma avere più forza può significare anche essere più veloci, più resistenti: dipende dal tipo di prova. Qui entrano in gioco considerazioni “complicate”: Ad esempio, chi è più resistente, un maratoneta od un velocista? Dipende dalla prova di durata scelta… A correre la maratona, non possono esserci dubbi, naturalmente. Ma a fare 100 trazioni alla sbarra? Oppure ad eseguire 100 squat all’80% del peso corporeo?

Non sono comunemente intese come prove di durata, ma si tratta pur sempre di sforzi reiterati, in cui entra in gioco un qualche tipo di “resistenza”. Sono prove fisiche in cui la pura forza del velocista (nello stereotipo  del velocista muscoloso)  è decisiva.

Per esempio… In linea di massima, un maratoneta può completare la maratona in 2 20’ , il velocista in 3.20’, poniamo. Ma il velocista completa la serie di 100 trazioni in qualche minuto, il maratoneta in 30 minuti od oltre. Gli squat potrebbero essere compiuti in 3 minuti  e 15 minuti rispettivamente.

In casi come questi, avere più forza si risolve in un vantaggio decisivo, consentendo di completare lavori di lunga durata  in meno tempo, dato che si riducono i tempi di recupero o addirittura, non è necessario recupero.

Camminare in forte salita presenta  analogie con l’esercizio di squat (le accosciate sotto carico).

All’incipiente movimento, ogni gamba solleva il corpo intero, con uno sforzo che equivale ad uno squat tradizionale, a due gambe, con un sovraccarico pari all’incirca al peso corporeo.

I bastoncini fanno rientrare lo sforzo delle gambe in salita in una zona di lavoro favorevole, ad un prezzo energetico molto modesto di una parte del corpo altrimenti inattiva. Sarebbe come, nell’esempio dello squat, aiutare esternamente il maratoneta a sollevarsi, togliendogli qualche chilogrammo, come si fa in palestra per aiutare a completare le serie.

Il fattore forza è a mio parere ben evidenziato dagli studi eseguiti: maggiore è la pendenza e maggiore è il carico trasportato, tanto maggiore è il lavoro compiuto in verticale per spostare il peso e tanto più significativo è risultato il vantaggio dei bastoncini almeno a livello percettivo.

Sono in contatto con diversi forti runner.

Abbiamo in programma qualche prova di velocità in salita, con e senza bastoncini, su rilevanti dislivelli da percorrere alla massima velocità ascensionale possibile.

Il fattore limitante è naturalmente il battito cardiaco: in piano, in salita con o senza bastoncini, il cuore può avere, al massimo,  quel determinato ritmo, per sforzi prolungati, non di più, pena la sosta.

Questo limite, proprio perché massimale, è ovviamente indipendente dalla modalità di corsa.

Il vantaggio dei walking poles che si constata empiricamente,  dovrebbe essere causato da una maggiore efficienza meccanica del passo (non si oscilla, non si perde equilibrio e quindi non si perde tempo a ristabilirlo) e in un numero maggiore di “gradini” saliti senza bisogno di riposo alle gambe (perché lavorano con meno peso essendo alleggerite dalle braccia) o in alternativa in una estensione più veloce della gamba  (sempre perché eseguita con meno peso) e quindi in una superiore velocità ascensionale complessiva.

L’energia sottratta dalle braccia e dal busto é inferiore al vantaggio conseguito.

Quantificare tutto ciò mi pare molto complesso.

 

L’abstract:

Training and Testing

Int J Sports Med 2000; 21: 356-359

DOI: 10.1055/s-2000-3775

Load Carriage Energy Expenditure With and Without Hiking Poles During

Inclined Walking

B. H. Jacobson, T. Wright, B. Dugan

Oklahoma State University, Stillwater, Oklahoma, USA

The purpose of this study was to compare load carriage energy expenditure with and without using hiking poles. Twenty male volunteers aged 20 - 48 yr (Mean = 29.8 yr) completed two randomly ordered submaximal treadmill trials with poles (E) and without poles (C). Poles and load (15 kg backpack) were fitted for each subject according to the manufacturers' suggestions. Heart rates (HR), minute ventilation (VE), oxygen consumption (O2), caloric expenditure (Kcal), and rating of perceived exertion (RPE) were recorded at the end of each minute. Two trials separated by one week consisted of a constant treadmill speed of 1.5 mph and 1 min at 10 % grade, 2 min at 15 % grade, 2 min at 20 % grade, and 10 min. at 25% grade. Mean HR (E = 144.8 ± 24.4 b × min-1; C = 144.0 ± 25.7 b × min-1) and mean VE (E = 51.4 ± 15.8 L × min-1; C = 50.8 ± 17.0 L × min-1), VË™O2 (E = 26.9 ± 6.1 ml × kg-1 × min-1; C = 27.4 ± 6.6 ml × kg-1 × min-1), and Kcal (E = 10.6 ± 2.9 Kcal × min-1; C = 10.8 ± 3.1 Kcal × min-1) were not significantly different between the two conditions. RPE (E = 13.28 ± 1.2; C = 14.56 ± 1.2) was significantly lower (P < 0.05) with hiking poles. Analysis of paired time points yielded no significant differences in HR, VË™O2, VE, and Kcal, however, RPE means were significantly lower for 5 of the last 7 trial minutes with the use of poles.

These results suggest that during load carriage on moderate grade, the weight and use of hiking poles does not increase energy expenditure but may provide reduced perceptions of physical exertion.

http://www.thieme-connect.com/

 

 

Le conclusioni.

In piano, usare i bastoncini determina un significativo aumento del battito cardiaco ed un parallelo aumento del consumo energetico, per l'ovvio motivo che aumentano le masse muscolari mobilitate. Tale aumento di spesa energetica è molto publicizzato dai fautori del nordik walking. Tuttavia, in salita, con lo zaino o senza, i bastoncini consentono velocità ascensionali maggiori, oppure a parità di velocità ascensionale, un battito cardiaco inferiore. Il "paradosso del bastoncino" sta tutto qui. In altre parole, quando è che diventa "conveniente" (maggiore velocità, minore consumo energetico, minor fatica) usare i bastoncini da trekking? Una serie di studi, di osservazioni empiriche e considerazioni consentono di fare alcune ipotesi.

 

I bastoncini sono vantaggiosi in salita per due motivi sostanziali:

  1. Migliorano l’equilibrio di marcia, evitando oscillazioni  del corpo
  2. Aiutano le gambe in fase di spinta smussando i picchi di sforzo richiesti ai muscoli delle gambe

Sono meccanismi complessi, ovvero dipendono da molti fattori quali l’abilità nello scegliere il punto di appoggio del bastoncino, la tecnica di spinta, la coordinazione, assolutamente indispensabile per ottenere vantaggi percepibili.

Le modalità di trasferimento di parte del peso al terreno attraverso le braccia lo rendono un meccanismo intrinsecamente “lento”: si deve scegliere dove puntare il bastoncino, con che inclinazione, come spingere, in che momento spingere per un alleggerimento del carico, in termini assoluti, del tutto modesto.

Il tutto coordinato con il passo, con l’altro braccio, che può essere in fase o in opposizione, tenendo conto della superficie del sentiero.

Ne consegue che la possibilità di usare i bastoncini dipende dalla velocità di marcia/corsa (esisterà una velocità limite per la quale non si riesce, fisicamente, a trasferire carico attraverso le braccia).

Questo, oltre che in accordo con l’esperienza è in effetti piuttosto familiare a chi pratica pattinaggio o sci di fondo.

Un pattinatore può scivolare ai 50Km/h: se lo costringiamo ad usare i bastoni, non è che fa i 51 Km/h, caso mai rallenta o cade.

E così pure nello sci di fondo: alle massime velocità del passo pattinato, ad esempio in discesa, si può pattinare ma non si spinge con i bastoni.

A livello del tutto indicativo, possiamo definire corsa un’andatura superiore agli 8 Km/h  (in piano, i piedi si sollevano entrambi,  solo un marciatore agonista riesce propriamente a camminare).

A questa velocità, l’uso dei bastoncini è proibitivo.

Come abbiamo visto, l’uso redditizio prevede il trasferimento di parte del carico, ma ciò non può avvenire ad alta velocità.

Di passo, attorno ai 5-6 Km/h, è possibile usare i bastoni.

Ecco quindi una conclusione molto importante, in accordo con l’esperienza:  un forte runner può trarre benefici dai bastoni SOLO se la salita e’ di lunghezza tale da costringerlo a camminare, o di pendenza tale per cui la corsa sia pressoché impossibile.

Oppure, se lo stato del sentiero è in condizioni da rendere poco efficiente la corsa.

Un esempio notevole in questo senso e’ dato da una gara vinta da Bruno Brunod: la maratona del Breithorn. Il Breithorn  è un facile 4000 tra Svizzera ed Italia, fu organizzata una gara del circuito skyrnning che passava dalla cima (4165 m). Brunod, costretto ad inseguire Ricardo Meja e Matt Carpenter nei tratti di pura corsa, stravinse sul terreno difficile, a lui più congeniale. In particolare, dichiarò che nei tratti innevati i bastoncini gli consentirono un significativo vantaggio: correre senza, voleva dire scivolare all’indietro ad ogni passo. In altre parole, il bastoncino, consentiva di alleggerire il piede, che così non rompeva la coesione dello strato superficiale di neve.

Sempre a livello puramente indicativo, uno skyrunner di vertice può percorrere i 1000 m del chilometro verticale in circa 35 minuti. La cosa interessante di questo tipo di gara è che la velocità ascensionale aumenta con la pendenza ma aumenta di poco. In linea di massima, possiamo dire che con certe pendenze, il tempo dipende solo dal dislivello.

Con queste ipotesi, la velocità media sui percorsi record si aggira si 4.9 – 5 Km/h. Su percorsi più lunghi abbiano notevoli tratti di corsa. Questo significa che l’uso dei bastoncini può essere redditizio solo nei tratti in cui si cammina sotto i 5 Km/h, di fatto è inutile negli altri tratti. Questa complicazione, rende poco usati i bastoni da molti atleti, che preferiscono spingere con le mani, in caso di necessità.

In una gara lunga e per forza di cosa più lenta,  i bastoni possono invece diventare decisivi.

Si noti che il vantaggio in termini di equilibrio è, per gli atleti di vertice, poco rilevante: si tratta di acrobati in grado correre su un filo da bucato, di danzare sulla punta delle spade senza forarsi.

Diverso il discorso per un runner  modesto, un ciabattone barcollante che scivola sui sassi.

Il vantaggio  per l’aumento dell’equilibrio e di controllo della marcia diventa fondamentale in presenza di carichi rilevanti trasportati, che poi è una maniera pomposa per dire “zainone”. Qui,  i bastoncini evitano le oscillazioni, le perdite di tempo, i passi interrotti (micidiali!) e poiché le velocità sono sempre e comunque modeste, diventa più semplice l’uso del bastone (di passo veloce, bisogna essere coordinati come spadaccini per usufruire dei vantaggi).

E in presenza di carichi, la diminuzione dello sforzo di picco nei muscoli delle gambe è molto vantaggioso. Anche qui, in accordo con l’esperienza, per cui il vantaggio diventa rilevante per carichi notevoli, pendenza rilevante, terreno difficile.

Camminare in piano con i bastoncini, senza carico, non e' mai conveniente, in termini di efficenza energetica. E' pero' utile, per chi deve smaltire calorie, muovere le braccia,migliorare postura, respirazione ecc.

 

Enea Berardi

 

Postato da: bummi a 12:27 | link | commenti (4)
escursionismo, skyrunning, bastoncini

giovedì, 31 gennaio 2008
Andrea Di Donato, 21 anni dopo


Quando ho saputo la notizia ieri mattina perso nei miei giri cittadini non ho potuto fare a meno di esultare. Andrea Di Donato ha scalato in prima solitaria invernale la parete Nord del Monte Camicia.
Per approfondimenti andate su PrimaDaNoi.it
Per uno che ammira la Nord del Camicia quando apre la finestra della sua camera da letto sapere che sulle nostre montagne si può ancora vivere delle avventure simili è bellissimo. La fantasia umana è illimitata, questa è la dimostrazione che basta sognare e applicarsi perchè i propri sogni si avverino.
Bravo Andrea.

Postato da: bummi a 09:21 | link | commenti (3)
alpinismo, gran sasso